Quando si pensa a Viareggio, le fabbriche non sono la prima cosa che viene in mente, e infatti la nostra non si può certamente definire città industriale. 

Eppure, alcune installazioni storiche, oggi scomparse o profondamente mutate, meritano di essere ricordate. Così come sarebbe bello se in città ci fossero più lapidi, ceppi, steli e monumenti commemorativi di questo nostro passato. 

Naturalmente il primo comparto industriale rimane ancora oggi quello della cantieristica navale e del relativo indotto (funi, reti, ecc.) La storia di questa attività comincia nel 1819 quando Maria Luisa di Borbone, duchessa di Lucca, fece costruire la prima darsena lungo il canale Burlamacca. Questo consentì di aumentare sempre più la dimensione delle imbarcazioni costruite e di sviluppare un settore che acquisterà prestigio internazionale fino ai giorni nostri, nonostante il declino degli ultimi anni e il trasferimento della produzione altrove.

Cantiere navale alla fine del XIX secolo

Uno dei simboli cittadini sono i cantieri Benetti (poi gruppo Azimut-Benetti), qui fondati nel 1873. A loro si deve l’invenzione della tipica imbarcazione viareggina chiamata barcobestia. Oggi gran parte delle attività vengono svolte a Livorno.

Nel 1919, durante il Biennio Rosso, il cantiere Ansaldo fu occupato dalle maestranze per un’intera settimana. Intervenne il Regio Esercito che pose in stato di assedio l’intera città per riuscire a stroncare le proteste. Preludio di quello che avverrà qualche mese più tardi con le Giornate rosse di Viareggio

L’altra grande fabbrica cittadina era la Salov (Società Anonima Lucchese Olio e Vino) nata nel 1919 per iniziativa della famiglia lucchese dei Fontana e di altri soci, tra i quali Albertina Berio, figlia e unica erede di Filippo Berio.

Veeduta aereea della Salov negli anni 20

La sede, improvvidamente costruita nel quartiere Varignano sopra i resti dell’antico castello di Viareggio, le cui fondamenta (o ciò che ne resta) dormono sotto quello che fu il piazzale dei silos, rimase attiva fino al 2004, anno in cui fu trasferita a Massarosa. Nel 2014 la società è stata acquisita dal gruppo cinese Bright Food di Shanghai. 

Grazie alla presenza di cave di sabbia nell’area della palude di Massaciuccoli e di una rete di canali navigabili che conducevano fino al porto di Viareggio, sempre al Varignano fu costruita una grande fabbrica di vetro, nota come Vetraria nel 1925. Imprenditori pisani, viareggini e ventisette vetrai costituirono la S.A.V.V. (Società Anonima Vetreria Viareggio), realizzarono e fecero funzionare lo stabilimento fino al 1930, anno in venne dichiarato fallimento. Il capannone fu poi ceduto in affitto per dieci anni lo stabilimento all’U.V.I. Sarebbe uno splendido esempio di archeologia industriale se fosse sopravvissuto all’incuria e all’abbandono. La sua alta ciminiera in mattoni, ben visibile da ogni angolo della città, ne contraddistingueva lo skyline. 

A breve distanza, nell’area dei Borghetti, andata totalmente distrutta nel corso della guerra, sorgevano anche una fornace per la produzione di terrecotte denominata Fornace del Francese (Maurel) e la Fabbrica di Stoviglie Lencioni. La Guida Manuale di Viareggio e dei dintorni del Michetti, edita nel 1893 riporta “Vicino alle cateratte già mentovate altrove, sono pur due fabbriche di stoviglie, le quali impiegano circa 40 operai ciascuna”. Questi impianti lavoravano la “terra di Francia” proveniente dal distretto di Vallauris via mare, mentre i prodotti finiti venivano distribuiti tramite la rete ferroviaria. Nel catasto della cittadina delle Alpi Marittime del 1873, è citato un François Maurel proprietario di un magazzino al porto di Golfe-Juan la cui professione è “fabricant de poteries à Viarregio”. Chi volesse approfondire, può trovare molte interessantissime informazioni qui. L’elenco del 1913 del Corpo delle Miniere riporta la presenza di tre fabbriche di “stoviglie ordinarie” in Viareggio. Da segnalare che tra fine XIX secolo fino agli anni ’80 al Varignano (e non solo) ne erano presenti ancora alcune piccole attività di lavorazione di terracotta, come ad esempio quelle dei Mannozzi e dei Gastone. Da ricordare poi la Jutital, fabbrica di Juta in via della Farabola.  

Altro grande stabilimento era quello della fonderia Lera, anch’esso al Varignano, nei pressi dell’attuale Largo Risorgimento. Nata a Lammari a fine XIX secolo, nel 1917 si trasferisce in borgo Giannotti a Lucca e infine negli anni Trenta a Viareggio. Aveva oltre 40 dipendenti e si sviluppava attorno ad un grande spazio centrale in forma di ferro di cavallo. Era molto nota e apprezzata per la produzione di campane ma realizzò anche molti altri lavori, fra i quali la cancellata dello zoo di New York, la statua di San Francesco a La Verna, la Sirenetta di Copenhagen, il Cavallino di Arturo Dazzi e il monumento a Catalani a Lucca. Fu danneggiata gravemente durante la Seconda guerra mondiale, ricostruita e infine smantellata negli anni Sessanta, quando purtroppo si perse anche la sua ricca gipsoteca. 

Fortunatamente, non tutto il patrimonio storico industriale è andato perduto. La fabbrica Mobiliol del 1925 è sempre attiva nel suo storico stabilimento della Migliarina, purtroppo noto anche per il tragico infortunio mortale di Matteo Valenti del 2004

Pubblicità della Mobiliol del 1950

Nel 1915 il pittore Eligio di Volo (1880-1964) insieme a Galileo Chini, aprì qui la prima fabbrica di colori italiana, poi trasferita a Firenze. Nel periodo della Belle Époque numerosi erano i piccoli laboratori artigianali, tra i quali alcuni che realizzavano le caratteristiche piastrelle margherita. 

Erano presenti anche piccoli stabilimenti alimentari, come ad esempio la Fabbrica di Acque Gassate di Giorgetti Angelo del 1921, già proprietario della Fabbrica del Ghiaccio (accanto all’attuale Museo della Marineria) dal 1918 e che nel 1966 diventerà il primo senatore viareggino. 

Oppure la sua concorrente Alfredo Beneforti, che aveva sedi in via Puccini e via Mazzini. O ancora la Fabbrica di Liquori A. Casentini, il cui fondo si trovava tra via Verdi e via Zanardelli, vicino alla Fabbrica del Ghiaccio di Fornaciari. 

Ma senza dubbio l’attività alimentare più caratteristica fu quella del Chimico Farmacista P. Biagi che dal 1885 produsse il mitico Amaro del Tirreno. Il 13 Gennaio 1927 da Cesa Molinelli Vedova Biagi ne depositò il marchio, ma purtroppo la produzione cessò e temo che la ricetta sia ormai persa. 

Nel 1953 la ISCA, che produceva surrogati del caffè tra i quali celeberrimi marchi storici come Olandesina, si trasferì da Aulla a Viareggio, in località Bicchio. Oggi non esiste più.

L’ultima realtà produttiva che vorrei ricordare è infine la Telart, sulla via Aurelia in località Bottega Nuova, che negli anni ’70 produceva telefoni artistici in vari materiali, venduti principalmente negli Stati Uniti. 

Quasi tutte le aziende citate in questa breve carrellata sono scomparse o si sono trasferite. Spesso, purtroppo, senza lasciare traccia del loro passaggio. 

La piccola Viareggio è cresciuta e cercando di costruire la propria identità ha forse deciso di non essere una città industriale. Ma al tempo stesso anche l’industria è cresciuta e ha deciso di fare a meno di grandi fabbriche e alte ciminiere e di puntare su nuovi modelli economici basati più sulla creatività e meno sulla produzione in serie. 

Un esempio di questo nuovo corso, senza scomodare gli eterei giganti della Silicon Valley, l’abbiamo anche a Viareggio: Caen Spa, spin-off dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) fondato nel 1979 e tuttora attivo, che sviluppa e costruisce sofisticati sensori. 

Chissà se altre attività innovative come questa, che non hanno bisogno di grandi stabilimenti produttivi, non potrebbero trovare una casa adatta nella nostra ridente Viareggio.

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Gabriele Levantini nasce a Viareggio il 10 aprile 1985. Chimico per lavoro e scrittore per passione, dal 2017 gestisce il sito Il Giardino Sulla Spiaggia. Seguimi sul mio blog: https://ilgiardinosullaspiaggia.com/

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