I modi di dire lucchesi

Il modo in cui parla un lucchese è molto singolare, una specie di stenografia del linguaggio, come un codice di idee da cui attingere per rendere meglio un concetto; per fare un esempio: “levassela per il rotto della cuffia” significa cavarsela a stento, salvarsi da una situazione terribile all’ultimo momento.

Tutto il dialetto toscano è immediato, colorito e fotografico e noi toscani rispondiamo prontamente ad una battuta con modi di dire che sintetizzano concetti ed azioni: “peggio che inda’ di notte”significa “peggio che camminare di notte”, quindi identifica qualcosa molto difficoltoso,invece “alle porte co’sassi” significa essere alla fine, allo stremo, dover prendere assolutamente una decisione; questa espressione deriva forse dalle guerre medievali, quando durante gli assedi nemici, finite le munizioni, non restavano che i sassi da scagliare. Da notare che oggi l’espressione “alle porte co’ sassi” è usata spesso per dire che “non c’è più tempo”, la scadenza di qualcosa è in arrivo.

Il toscano medio è sempre diretto nella sua conversazione e pronto alla battuta; un atteggiamento difficile daspiegare agli stranieri, che spesso sono abituati ad attenersi scrupolosamente alle loro etichette di “buoni parlatori” o del “questo non si dice…; per esempio come spiegare a qualcuno proveniente da Oxford l’espressione “per nulla il prete ‘un canta messa”. Immediata la sua comprensione per i lucchesi: il detto significa “qualsiasi cosa ha un suo prezzo”, e lo sanno bene i concittadini di Puccini, da sempre abituati a pagare anche per la conquista della libertà, anche per mantenere la pace. Un’altra espressione comune tra i più maturi è “cambia’ l’acqua a l’olive” che significa orinare e questa metafora deriva dal fatto che le olive da “indolcire” avevano bisogno di ripetuti cambi di acqua prima della salamoia.

La costruzione della frase è molto semplice perché è il contenuto quello che conta, infatti a volte troviamo espressioni scurrili o blasfeme, perché la frase deve essere incisiva e per questo, talvolta, senza scrupoli. Ecco un esempio:“Anco Sant’Antonio s’innamorò del porco” che si può tradurre come “tutti i gusti son gusti!”. Citando Tullio Bianchini: “Questo Giustino aveva una moglie brutta, lunga come un palo e magra, tanto che la chiamavino la Vigilia; aveva anche i baffi. Di solito non c’è donna tanto orrenda che un gli si possa trova’ un pregio: o gli occhi, o le gambe o qualcos’altro, ma la Vigilia un ci aveva nulla da attaccaccisi; con tutto questo, agli occhi di Giustino era tanto bella che ne era geloso; del resto Sant’Antonio s’innamorò del porco.”

Altro esempio è: ” a’bbuo ritto” ovvero una posizione che assume il sedere quando il busto è flesso completamente in avanti in modo che le mani tocchino terra, senza piegare i ginocchi.

Simpatica anche: “che c’entra il culo con le quarantore?” per significare quando non vi è nessuna attinenza tra due cose.

Nelle nostre espressioni ci sono diverse sgrammaticature e difetti di dialetto che cambiano a seconda della parte di provincia in cui ci si trova: il capannorese infatti non è identico al linguaggio della Garfagnana o della Versilia. A volte bastano pochi chilometri per avere diversità linguistiche. L’unica caratteristica che accomuna tutta la lucchesia è il fatto di pronunciare la “e” chiusa, al contrario della “e” completamente aperta dei pisani… Invece la “o” viene pronunciata aperta. Altra caratteristica è la mancata coniugazione dell’articolo con il sostantivo, ad esempio “le pera”, ” le mela”, ” le susina”, “le sacca” usati sia da Dante che da Petrarca.

Altra pronuncia tipica lucchese è la rimozione della doppia consonante: “tera” per terra, “guera” per guerra, “caro” per carro, o anche l’eliminazione della “c” tra due vocali o all’inizio di una parola preceduta da un articolo: “la ‘hiesa” per la chiesa, “la ‘asa” per la casa, mentre vengono raddoppiate le “b” in alcune parole come “libbro”,”robba” o “rubba”. Ad esempio: ” se ‘un torni, manda ‘ppanni”, oppure ” a Lucca ti rividdi”, espressione che veniva detta quando si temeva che la cosa data in prestito non fosse restituita oppure per rimarcare l’ingratitudine di qualcuno.

Nelle seimiglia lucchesi è tipica l’elisione di uno o più fonemi alla fine della parola come “fan”, “van”, “dan”. Ad esempio: “tanto è sona’ un corno che un violin” e il detto “esse(re) sodo come un’acciarin”, che significa essere in buona salute, sano come un pesce, non ammalarsi mai. L’acciarino è una stecca di acciaio che battuta sulla pietra focaia ne fa scaturire scintille, utili per accendere il fuoco. Era usato nelle nostre campagne anche come amo per la pésca e doveva essere forte per resistere agli strappi dei pesci.

Seguendo l’eredità trecentesca a volte le parole monosillabe tronche vengono prolungate con l’apposizione di una “e”, come ad esempio “pòe”, “sùe”, “giùe” etc. Queste espressioni si possono ritrovare anche nell’Inferno di Dante, canto II: ” così li dissi; e poi che mosso fue, entrai per lo cammino alto e silvestro”.

Ricordo con affetto una gentildonna di Monte San Quirico che veniva a fare quattro chiacchiere con mia madre; ogni volta parlavono delle novità di paese e questa ospite, per enfatizzare una notizia gravissima, soleva dire “Geeeee” (che stava per Gesù e Maria) appoggiando la mano sulla guancia in segno di sgomento.

Di espressioni simili ve ne sono numerose, questo è solo un piccolo antipasto; se l’argomento piacerà seguiranno altri articoli in merito.

The following two tabs change content below.
Ti è piaciuto questo contenuto? Condividilo con tutti!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>