Anche se non c’era scuola, mi svegliai presto. I raggi di sole passavano le persiane accarezzando la mia faccia come le dita calde di una mamma. Mi piaceva la scuola, ma avevo già otto anni e sapevo che quest’anno sarebbe stato l’ultimo, perché ero ormai abbastanza forte per lavorare.

Aprii la finestra e respirai l’aria fresca, carica del profumo di fiori. Esplosioni di oleandri coloravano le strade. Il concerto degli uccelli in amore era già iniziato e le rondini planavano nella brezza marina. Leggere, come speranze.

Era un giorno di festa, non c’era tempo da perdere nel letto! Ravvivai la brace che dormiva nella cucina economica: prima una pigna, poi qualche rametto e infine un piccolo ciocco. Non troppo grande, perché sapevo che andare in pineta a fare le legna era un lavoro duro. Era un compito riservato a mio padre, quando tornava dai suoi lunghi viaggi in mare. La barba lunga, il volto ogni volta segnato da qualche nuova ruga. Ma in caso di necessità, se mio padre era via, toccava a mia madre. Ma non in pineta: sulla spiaggia, a raccogliere il legno portato dal mare. Era un lavoro più lieve, diceva, ma io mi domandavo dove trovasse tanta forza in quel piccolo corpo esile.

Oggi la famiglia era al completo, e io ero felice.

Con il ramaiolo presi un po’ d’acqua calda dal serbatoio della cucina travasandola in un pentolino. Mi recai in cortile e preparai la tinozza, mescolando l’acqua calda con quella freddissima, della polla. Mi spogliai nudo, cercando uno spicchio di sole tra quei muretti ombrosi, e mi lavai.

Nel frattempo si erano svegliati anche i miei genitori.

“Marino, dove sei?”
“Mi sto lavando, pappà.”

Dopo il bagno mi preparai e mangiai il pane con il latte, poi aspettai che anche i miei fossero pronti, giocando in cortile. Mia madre nel frattempo prese in cortile le uova da lessare per il pranzo. Me ne accorsi perché la gallina mi corse davanti, spaventata. Mi faceva sempre ridere la vecchia Rossina che ogni volta correva e strepitava per tutto il cortile. A volte giocavo a spaventarla apposta, ma mia mamma si arrabbiava molto.

Se fai così, poi non fa più le uova! E dopo che si fa?

Finalmente fummo fuori, nel sole di un caldo Lunedì dell’Angelo, in una Viareggio festosa. Mia mamma aveva una lunga gonna, una blusetta, un giacchettino e uno scialle che le copriva la testa, regalo di mio padre da uno scalo alle Canarie, e portava il cesto per il merendino. Il corpo imponente di mio padre riempiva una camicia bianca elegante, ma ormai stretta sul petto e sulle spalle, pantaloni scuri e scroi. Io scalpitavo con i miei pantaloncini corti, sandali e camicia, che presto mi sarei impolverato giocando.

Dopo un breve cammino, ecco finalmente la pineta. Il gran vocio dei bimbi festanti si mescolava al canto degli uccelli in un unico grande saluto alla primavera.

Qua e là, muscolosi ragazzotti salivano come gatti sopra i pini, per assicurare delle cime ai rami più robusti e realizzare così delle rudimentali altalene: le pisalanche. Era questo il divertimento principale della giornata, che teneva adulti e bambini occupati fino a sera. Chi faceva il pendolino in piedi sulla corda, chi legava un legno a mo’ di seduta, chi dava prova di forza e agilità salendo sulle funi.

Bande di bambini si rincorrevano sui vasti tappeti di margherite, che si alternavano a distese marroni di pinugliori. Saltavano poggi, fossi e lame facendosi la guerra con spade di rami di pino, o facendo girare cerchi di legno. C’erano pirati, soldati, guardie, ladri, eroi e qualsiasi altra cosa la loro immensa fantasia decidesse.

Mi unii a loro immediatamente, mentre mia mamma mi urlava di stare attento. Vidi il babbo prenderla sottobraccio, dolcemente, con un gesto elegante. L’avrebbe accompagnata a raccogliere le violette, che crescevano in morbide macchie profumate qua e là nei prati.

Non avevo tempo da perdere con gli adulti noiosi: oggi ero il capitano di una grande nave. Il più forte, il più coraggioso di tutti i capitani, di tutte le navi del mondo.

Al tocco la mamma mi avrebbe chiamato a mangiare, distesi sull’erba: pane, pomodoro, cipolla e musciame di delfino, che mio padre portava sempre dal mare. E poi uova sode e il resto della torta di semolino di Pasqua e vino rosso! Un vero pranzo da re, non vedevo l’ora!

Già vedevo aggirarsi le nocciolaie massesi, con le loro vistose filze.

“Nocelle! Nocelleeeeee!”

Urlavano con il loro accento forestiero.

A quest’ora non sarei riuscito a convincere i miei a comprarmi una filza, ma nel pomeriggio avrei provato a farmela prendere! Altrimenti avrei sfidato gli altri bambini e sarei riuscito a vincere comunque qualche nocella anch’io!

Il vento soffiava dolcemente dal mare, portando profumo di fiori, di pane e di festa. Non c’era niente che mi mancava, niente che avrei potuto aggiungere alla mia vita fortunata: una mamma amorevole, un padre forte e gentile che ogni sei mesi tornava dal mare con un regalo per me, un abbondante pranzo festivo con pane, pomodoro, pesce secco, uova e torta avanzata. E forse nel pomeriggio anche una filza di nocelle!

Davvero non credo che esistesse al mondo un bambino più ricco di me.

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Gabriele Levantini nasce a Viareggio il 10 aprile 1985. Chimico per lavoro e scrittore per passione, dal 2017 gestisce il sito Il Giardino Sulla Spiaggia. Seguimi sul mio blog: https://ilgiardinosullaspiaggia.com/
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2 Commenti

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    Irene

    Ti fa immaginare lo star bene e divertirsi con il niente! Che tempi!

    • welcome2lucca

      welcome2lucca

      Grazie Irene per il commento! Eh già, in effetti è un articolo molto esplicativo, soprattutto per chi ha vissuto o ha sentito raccontare di quei tempi! Continua a seguirci!

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