Monumento a Shelley nell'omonima piazza

Passeggio sotto un sole caldo di tarda primavera in una Viareggio che si risveglia, mentre il vento di mare risale via Mazzini, accarezzando i miei capelli e gli oleandri in fiore. Quante volte in vita mia, fin dall’infanzia ho fatto questo percorso. Tutto è cambiato da allora, tutto sembra diverso pur essendo rimasto essenzialmente invariato. Al posto del bar c’è un alimentari arabo, dove un tempo c’era una macelleria adesso fa bella mostra di sé un minimarket indiano. Sembra di essere in un quartiere etnico d’una grande città, e in effetti -dimensioni a parte- è proprio così: è qui che si concentrano gran parte delle attività straniere presenti a Viareggio. Ma per una città turistica e portuale come la nostra, da sempre aperta al mondo, questa non è certamente una novità.

La marineria viareggina dell’Ottocento era celebre negli oceani di tutto il mondo, i suoi marinai andavano e venivano da terre lontanissime. Moltissime sono le storie che si potrebbero raccontare, ma la più incredibile è sicuramente quella di Raffaele Nicola Cardinali, naufrago nel 1896 a Rapa Nui. Raffaele si invaghì di una donna locale con la quale fece una figlia, che molti anni dopo diventò governatrice dell’isola (come raccontato nel libro Altri Naufragi di Viviano Domenici). Anche a Viareggio inoltre, come in molte altre zone d’Italia, non mancarono gli emigranti che fecero volta negli Stati Uniti, in Australia, in Argentina, in Brasile, in Uruguay per poi tornare anni dopo con un bagaglio di esperienze e di idee nuove.

Oltre che porto di partenza, Viareggio fu assai spesso anche il punto d’arrivo per migrazioni sia interne che estere. Le prime vaste comunità forestiere di cui si ha memoria furono quella inglese e quella dei “trabaccolari”, già alla fine del XIX secolo.

In quegli anni la città stava diventando una meta balneare internazionale di primissimo piano e un gran numero di ricchi inglesi scelsero di trasferirsi qui. Erano talmente numerosi che nel 1909 decisero di costruire una chiesa anglicana: la Chiesa del Redentore e di Tutti i Santi e l’anno seguente un cimitero acattolico. Questa comunità diminuì nel corso del tempo, fin quasi a scomparire dopo la Seconda Guerra, e la chiesa passò alla Comunità Valdese per qualche tempo. Infine, dopo varie vicissitudini e il rischio di demolizione, l’edificio fu sconsacrato e trasformato in pizzeria nel 1977. Anche il cimitero, dopo anni di abbandono, ha subito nel 2001 una controversa riorganizzazione che ne ha purtroppo cancellato l’assetto originario.

Chiesa anglicana a Viareggio
Chiesa anglicana a Viareggio

“Trabaccolari” era invece il nome che i viareggini avevano dato ai pescatori sanbenedettesi, emigrati in massa dall’Adriatico per cercare migliori fortune sul Tirreno. Quella di San Benedetto del Tronto è forse la comunità che più di tutte ha lasciato il segno nella storia cittadina: furono loro a introdurre a Viareggio la pesca a strascico, che praticavano vicino alla costa con piccole barche dette trabaccoli (da cui il loro soprannome), e tutt’oggi uno dei più tipici piatti della cucina viareggina è la pasta alla trabaccolara. Una banchina del porto è stata intitolata alla loro memoria nel 2017.

In quegli anni c’era inoltre grande fermento culturale e artisti internazionali come Percy Bysshe Shelley, George Gordon Byron, Moses Levy, Rainer Maria Rilke e Maria Louise Ramé (Ouida) erano di casa nella località balneare.

Viareggio subì la Seconda Guerra Mondiale con una furia micidiale, che la rase al suolo quasi interamente. Il 16 settembre 1944 fu liberata dalla 92° Divisione Buffalo dell’esercito USA, che installò il proprio centro operativo in città. La Buffalo, che rimase a lungo nell’area, era una divisione “segregated”, cioè composta interamente da soldati afroamericani. Mai si saprà quante furono le violenze e quanti invece i desideri d’amore che portarono alla nascita dei cosiddetti “figli di guerra”, immediatamente riconoscibili a causa del colore della loro pelle. Purtroppo la maggior parte di queste creature innocenti fu abortita, ma non tutti ed è interessante a questo proposito il libro “Little Blonde” di Silvana Galli, una coraggiosa donna di Camaiore che decise di tenere e crescere da sola uno di questi figli.

Dopo la guerra la città conobbe un intenso periodo di crescita e negli anni ’50 si venne a formare un insediamento ebraico che costruì una propria sinagoga tuttora esistente in via degli Oleandri, e un piccolo cimitero.

Interno della sinagoga di Viareggio
Interno della sinagoga di Viareggio

I principali fenomeni migratori di questi anni furono quelli dal meridione d’Italia, principalmente napoletani e siciliani. I primi erano spesso dediti al commercio ambulante mentre i secondi lavoravano quasi sempre sulle lampare, per la pesca del pesce azzurro. La comunità partenopea era talmente radicata e numerosa nel quartiere della Vecchia Viareggio, che la parrocchia di Sant’Antonio prese in considerazione l’ipotesi di organizzare in città la processione di San Gennaro. Interessante notare che oggigiorno quella parrocchia è retta da una comunità di frati polacchi.

Che l’atmosfera in città fosse accogliente e tollerante lo dimostra il fatto che fin dalla fine degli anni ’80 il movimento degli Hare Krishna la scelse insieme a Milano e Roma per festeggiare il Ratha Yatra, con una grande processione di carri religiosi in Passeggiata.

Via Battisti Viareggio
Via Battisti a Viareggio

Dal 1995 al 1998 Viareggio fu anche teatro del Latinoamericando Expo, insieme a Milano e ad altre località, che portò all’ex mercato ittico un gran numero di artisti sudamericani.

Tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90 cominciarono le prime migrazioni di massa, fenomeno globale che sarebbe cresciuto fino ai giorni nostri. Tra le prime comunità a organizzarsi e strutturarsi in città fu quella ucraina, che già nel 1998 aveva adibito la Chiesa della Misericordia al proprio rito Greco-Cattolico Ucraino.

Nel frattempo, i cinesi facevano la propria comparsa, aprendo uno storico ristorante in via Mazzini e una pelletteria. Embrioni di quello che sarebbe diventato il nuovo assetto del quartiere del Mercato, dove oggi invece fioriscono le loro attività. Propria questa storica zona, dove gli stranieri -in particolar modo i cinesi- sono via via subentrati nelle concessioni, è l’emblema della nuova Viareggio e dei nuovi viareggini. Spesso citata come esempio negativo da una parte della stampa e della politica locale, potrebbe invece essere proprio il punto di partenza del rilancio di quest’area, sul modello del Macrolotto di Prato o di via Paolo Sarpi di Milano, due chinatown italiane piuttosto note.

Mercato di Viareggio
Mercato di Viareggio

Poco dopo i cinesi, aprirono anche le prime macellerie islamiche e, dai primi anni 2000, negozi alimentari russi e romeni. Molto particolare fu anche la paninoteca kosovara Balkan Express, recentemente chiusa dopo tanti anni di attività.

Alcune comunità acquistarono più visibilità di altre, come ad esempio quella filippina, a causa della sua abitudine di ritrovarsi ogni domenica nella piccola e centralissima piazza Shelley. Furono loro nel 2010 a organizzare uno spettacolo per la cerimonia di apertura del carnevale. Anche i romeni restaurarono l’antica abitudine, ormai in disuso tra le famiglie viareggine, di preparare pic-nic domenicali in Pineta. I campetti pubblici da basket (playground) al Terminetto, in Darsena e alla Migliarina erano di nuovo pieni di giovani dominicani, filippini, slavi. Era un piacere vedere gli spazi un tempo abbandonati di nuovo fonte di gioia e serenità.

Monumento a Shelley nell'omonima piazza
Monumento a Shelley nell’omonima piazza

Furono proprio i romeni a diventare in poco tempo la prima comunità straniera, soverchiando in numero quelle presenti già da decenni, primato che detengono ancora oggi stabilmente. Cominciarono a celebrare la funzione ortodossa nella Chiesina di Santa Rita di via Filzi che chiamarono “Sfântul Proroc Isaia”. Nel frattempo cresceva anche la comunità russa, che però trova il suo epicentro nella vicina Forte dei Marmi, dove sta costruendo una grande chiesa.

Via Ponchielli
Via Ponchielli

Nel 2009 nella terribile Strage di Viareggio, su trentadue vittime ben dieci furono gli stranieri: sette marocchini, due ecuadoregni e un rumeno. Nelle aree periferiche come via Ponchielli e il Quartiere Italia, la percentuale di popolazione non italiana è infatti ben superiore al valore medio cittadino dell’8%. Le immagini del solenne rito funebre, celebrato insieme dall’imam e dal sacerdote allo stadio comunale, rimangono nella memoria collettiva di questa città. Quello stesso anno per la prima volta la comunità islamica celebrò la Festa del Sacrificio (Id al-adha) a Viareggio.

Monumento ai caduti della Strage di Viareggio
Monumento ai caduti della Strage di Viareggio

Oggi i marocchini sono rappresentati da una propria associazione e costituiscono forse la porzione più numerosa della comunità musulmana cittadina, che è protagonista di eventi congiunti con la parrocchia di Bicchio. Nel 2019 venne aperta la prima sala di preghiera, vent’anni dopo quella di Capezzano Pianore, subito fuori dai confini comunali.

Ovviamente questa storia di integrazione non è stata tutto rosa e fiori. Già negli anni ’90 ad esempio, l’operazione Gladioli Rossi prese il nome dai fiori fatti recapitare dalla mafia cinese a un collaboratore di giustizia cinese residente proprio a Viareggio, come simbolo di condanna a morte. Nel 2016, il prefetto di Lucca istituì un coprifuoco notturno in piazza Dante e nell’area della stazione, dopo gravi fatti di cronaca che coinvolsero stranieri, e numerose operazioni antidroga sono state condotte in Pineta contro spacciatori nordafricani nel corso degli anni.

Ma è innegabile che la criminalità è un fatto umano senza connotazione razziale, e che casomai ha tra le sue cause una situazione di povertà. Mentre la storia viareggina ci insegna che l’apertura a idee e culture lontane ha contribuito a rendere grande questa città. Gli stranieri (e i forestieri in generale) sono stati determinanti nella definizione della “viaregginità” odierna. Basti pensare al grande maestro francese, il compianto Glibert Lebigre che, insieme alla moglie Corinne Roger ha rivoluzionato negli ultimi anni il Carnevale di Viareggio, introducendo elementi della tradizione di Nizza e innovando profondamente il modo di pensare e realizzare i carri allegorici e le coreografie.

Allora, mentre passeggio sotto il sole di via Mazzini mi viene un’idea. Come sarebbe bello se quest’area della città fosse riqualificata e valorizzata per quello che di fatto già è diventata: un quartiere multietnico. Il quadrilatero che va dalla stazione alla Chiesa di San Paolino, fino al mercato potrebbe essere pedonalizzata, sistemata con arredi urbani a tema etnico e cartelli multilingua.

Immagino i tavolini fuori, la musica e il profumo di cibo. Potrebbe essere un richiamo turistico e un valore aggiunto per Viareggio, un segno di novità ma anche di continuazione del grande carattere cosmopolita di questa città.

Potrebbe essere una “piccola Soho” in Versilia.

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Gabriele Levantini nasce a Viareggio il 10 aprile 1985. Chimico per lavoro e scrittore per passione, dal 2017 gestisce il sito Il Giardino Sulla Spiaggia. Seguimi sul mio blog: https://ilgiardinosullaspiaggia.com/
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