Camminando al quartiere Varignano, tra le siringhe e gli scheletri di macchine disfatte al Parco della Vetraia, e la carcassa dell’ex Salov, sotto la quale dormono i resti del castello di Viareggio, non si può non avvertire un senso d’insicurezza.

D’altra parte, chi conosce davvero la città, sa quanto essa nel suo ventre nasconda misteri e leggende.

L’atmosfera che si respira tra le case popolari affacciate lungo le antiche vie d’acqua della città è lontana anni luce dall’immagine patinata che le vetrine eleganti della Passeggiata offrono ai turisti. Eppure, Viareggio è anche questa, da sempre.

Fino al XVIII secolo i Lucchesi inviarono in queste terre malariche i malviventi di cui volevano disfarsi affinché coltivassero e colonizzassero la costa insalubre. Poi fu la volta dell’immigrazione dal sud Italia e del confino obbligatorio per i mafiosi a Torre del Lago, che innestarono la criminalità organizzata nel territorio. Nel 2020 è sorta a Viareggio la Casa della Legalità in uno degli immobili sequestrati alla mafia.

Oggi Viareggio è una realtà multietnica e sui muri dei palazzi di periferia si possono trovare murales della Santa Muerte. Anche le varie comunità straniere, inevitabilmente, hanno portato con sé la propria malavita, tanto che la prima grande indagine italiana sulla mafia cinese, l’Operazione Gladioli Rossi, partì proprio dalla nostra città.

Ricostruzione della ghigliottina lucchese

Un fatto poco noto della storia criminale di Viareggio è che nelle acque blu del nostro mare dorme la lama della ghigliottina usata dal Ducato di Lucca dal 1825 al 1848. Il 30 novembre 1786 il Granducato di Toscana abolì la pena di morte, ma essa rimase in vigore nel piccolo stato lucchese, che dal 1811 optò appunto per questo strumento. Le prime condanne furono eseguite facendo venire da Pisa sia il boia che la macchina, finché il Ducato non decise di farne realizzare una dagli artigiani Giuseppe Ripari e Sante Maggini su istruzioni del fabbro fiorentino Gherardi. Il 17 maggio 1825 alle ore 16, sul prato di Porta S. Donato, fu collaudata sul collo di Francesco Ramacciotti, colpevole d’omicidio. Seguì nel 1831 l’esecuzione di Pietro Pagano, un girovago napoletano che aveva ucciso e derubato un altro viaggiatore proprio nella macchia di Viareggio e infine nel 1845 un’intera banda di briganti: Giuseppe Alessandri, detto “Cabala”, Fabiano Bartolomei “Faina”, Giovanni Nardi “Abbataccio”, Demetrio Prosperi, Pietro Giuliani “Quere”, rei di “atti violenti e sacrileghi e sevizie crudeli ed oscene“. Queste furono le ultime condanne eseguite, dopo le quali il vecchio boia Tommaso Jona si dimise. Il suo sostituto Benedetto Paltoni non eserciterà mai perché il 5 ottobre 1847 Lucca passò al Granducato di Toscana. Una massa di dimostranti guidati da Don Alisio Giambastiani si diresse subito presso le carceri di S. Giorgio esigendo la consegna della ghigliottina che fu data alle fiamme. Nei giorni seguenti il Giambastiani stesso si recò a Viareggio per affondare la lama, rimasta intatta, nel mare, terminando così la distruzione dell’ultima ghigliottina d’Italia.

Gli ultimi decapitati con la ghigliottina lucchese

Questa storia meriterebbe d’essere più conosciuta e magari pubblicizzata con monumento contro la pena di morte da realizzare nella piazza adiacente alla Torre Matilde. Infatti la cronaca ci dice che Giambastiani noleggiò una piccola imbarcazione al porto e si recò nel mare aperto davanti alla torre.

Ma questa è solo una delle storie criminali della città. Infatti, varie volte, nel corso della storia, la vita tranquilla di Viareggio è stata sconvolta da terribili fatti di cronaca. Fu proprio un omicio la scintilla che nel 1920 dette vita all’insurrezione della Repubblica di Viareggio, stroncata dalle navi della Regia Marina Militare.

Terminava il turbolento Biennio Rosso e una nuova, violenta fascista s’affacciava alla storia. Nel 1921 i socialisti vinsero le elezioni cittadine e organizzarono una manifestazione che si concluse con tafferugli davanti alla sede del partito fascista, probabilmente causati dalla voglia di rivalsa per una loro precedente incursione presso la Camera del Lavoro e il Circolo dei Calafati. A quei tempi non era raro risolvere questo tipo di attriti facendo ricorso alle vie brevi, così Alessandro Bandoni, capo dei socialisti, invitò i rivali a una battaglia senza armi. Alle sei del pomeriggio del 17 maggio in Piazza Grande (all’epoca Piazza Vittorio Emanuele), la sfida ebbe inizio, ma la parola non fu mantenuta dal momento che qualcuno fece fuoco uccidendo il calafato Pietro Nieri ed il marinaio Enrico Paolini, entrambi venticinquenni, e ferendo Ottavio Orlandi e Gino Fiorelli. Le indagini e il processo che seguirono non individuarono alcun colpevole.

Il delitto Barsottelli

Dieci anni dopo questi fatti, un altro atroce omicidio, passato alla storia come delitto Barsottelli, sconvolse la vita cittadina. Alle 2.15 della notte dell’11 settembre il guardiano del passaggio a livello di via Regia fu richiamato da orribili lamenti soffocati provenienti dai binari. La circolazione dei treni fu fermata e una squadra composta dai manovali Danilo Caprili e Gino Gori, e dal caposquadra della milizia ferroviaria Petrucci fu inviata in perlustrazione. Lo spettacolo che si trovarono davanti fu terribile: un uomo legato ai binari, con le gambe e la mano sinistra recise dal treno e un fazzoletto in bocca. Era il diciottenne Ottavio Barsottelli che riferì d’essere stato aggredito e derubato da tre persone che l’avevano inizialmente legato a un palo del telegrafo e pestato e poi legato ai binari. Prima di morire il giovane riuscì ad indicare agli inquirenti i nomi dei sui aggressori: il ventitreenne Ferruccio Maurri ed i fratelli Fausto e Leonildo Zappelli, ambedue marinai, rispettivamente di 22 e di 30 anni. Il movente sarebbe stato la tensione tra Barsottelli e Maurri a seguito di un furto da loro commesso qualche mese prima presso la tabaccheria di Sciacqua Alfredo. I due furono arrestati e in quell’occasione Barsanti avrebbe fatto il nome del complice. Il fatto scosse fortemente la cittadinanza che provò addirittura a linciare gli indagati. Il processo si concluse con l’assoluzione di Leonildo Zappelli, e la condanna all’ergastolo per il fratello Fausto e per Ferruccio Maurri, per i quali era stata richiesta la pena di morte.

Tuttavia, il dubbio d’un errore giudiziario cominciò a farsi largo in fretta. Pare che Barsottelli avesse paura a fare i nomi dei suoi reali assassini e sette anni dopo le condanne, gli inquirenti consegnarono alla magistratura un fascicolo riservato che indicava la responsabilità di “altre persone”. Chi fossero costoro si può leggere in un articolo di giornale del 1959, anno in cui i condannati per il delitto furono graziati dal presidente Giovanni Gronchi: “… erano ex-squadristi, le cui malefatte, persa la vernice politica del ‘ 20- ’21, si erano trasformate apertamente sul terreno dei reati comuni: ricettazione, lenocinio, stupefacenti, taglieggiamento, ricatto, rapina. Una banda, di sordidi figuri, la cui principale attività consisteva nel soddisfare direttamente o favorire a pagamento i vizi innominabili di certi illustri personaggi che in quegli anni frequentavano Viareggio e la Versilia, attratti assai più dai muscoli abbronzati dei bagnini e dei marinai che non dalle pinete e dalle Apuane“.

Secondo il libro Falso Binario di Divier Nelli (2004, Passigli Editore), a capo di questa banda sarebbe stato Marcello Casella, figlio di un notaio poi collaborazionista nazista fucilato dai partigiani nel 1944. L’omicidio sarebbe stato commesso per evitare che Barsottelli dicesse la verità sulla rapina al negozio dello Sciacqua, che fu commissionata dalla banda. L’accusa costò all’autore un processo per diffamazione, conclusosi nel 2016 con la sua assoluzione.

Gli anni di piombo a Viareggio

Arrivarono gli Anni di Piombo e anche Viareggio conobbe la paura del terrorismo, con arresti e sparatorie che culminarono nella morte del brigatista Umberto Catabiani in un conflitto a fuoco con la polizia il 24 maggio 1982. Ma se i fatti più sanguinosi di quel periodo oscuro, come la Strage di Querceta, risparmiarono Viareggio, la città fu tuttavia protagonista di un fatto di cronaca nera che scioccò l’intera nazione: l’omicidio Lavorini avvenuto il 31 gennaio 1969.

Copertina sul caso Lavorini

Il motivo di tanta attenzione fu non solo l’efferatezza del rapimento e omicidio di un bambino di soli dodici anni, ma anche la falsa pista della pedofilia che per anni occupò i titoli dei principali quotidiani nazionali. Ci vollero otto anni di indagini per stabilire che il povero Ermanno fu rapito da un gruppo eversivo monarchico di estrema destra, al fine di chiedere un riscatto col quale finanziare la loro attività terroristica, ma nel frattempo il mondo sommerso dell’omosessualità cittadina fu portato alla luce del sole in una caccia alle streghe che niente aveva a che fare con il delitto. Numerose vite di personaggi anche molto in vista a Viareggio furono distrutte per sempre a causa del linciaggio mediatico a cui furono sottoposte.

La lunga di scia di sangue prosegue nel corso degli anni con numerosi omicidi. Alcune tra le vittime più recenti sono state i coniugi Luciano Della Giovampaola e Bianca Maria Cecchi assassinati nel 2000, Fatma Abel Ghany Ahmed Gafar assassinata dall’ex compagno nel 2004 sul molo in pieno giorno, Maddalena Semeraro e Claudia Velia segregate e uccise a Torre del Lago nel 2010, Mario Giudotti eliminato nel 2015 dal fratello Nicola col quale condivideva la proprietà del ristorante Mezzo Marinaio, molto noto in città, per motivi legati proprio alla sua gestione. E poi i delitti del 2016, due tra clochard: uno davanti al Palasport e l’altro, quello di Mohamed Hamdi, a due passi dal Laghetto dei Cigni, e infine l’accoltellamento in pieno giorno in passeggiata nel quale morì Ayoub El Fadili. Ultimo di questo triste elenco il femminicidio di Chiara Corrado nel 2019.

Ricostruzione dell’omicidio di Halloween

Ma di tutti questi fatti, quello che più di tutti ha sconvolto la città è stato il brutale omicidio di Halloweeen del 2014. Ciò che colpì la città di Viareggio e non solo, fu l’estrema violenza e la totale futilità del pestaggio a morte di Manuele Iacconi, di 34 anni, avvenuto per mano di Federico Bianchi, 19 anni, e Alessio Fialdini, 18, e dei due minorenni Andrea Marras e Matteo Della Ragione in via Coppino. Iacconi morì dopo una lunga agonia mentre il suo amico Matteo Lasurdi, anch’egli aggredito, sopravvisse. Un omicidio assurdo commesso da una gang di giovanissimi, con storie di disagio e precedenti aggressioni. Una storia triste e feroce che mai verrebbe da associare alla ridente e insospettabile cittadina di Viareggio.

Ma i segreti più oscuri sono sempre laddove non te lo aspetti.

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Gabriele Levantini nasce a Viareggio il 10 aprile 1985. Chimico per lavoro e scrittore per passione, dal 2017 gestisce il sito Il Giardino Sulla Spiaggia. Seguimi sul mio blog: https://ilgiardinosullaspiaggia.com/

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