Vi dice qualcosa il nome Francesca Racca Oytana? Probabilmente no, ma la sua bellissima dimora, Villa Argentina, è un gioiello da non perdere se si visita Viareggio.

Il quartiere dove sorge era ed è tuttora una zona residenziale, vicino alla pineta e al mare, denominata ‘quattro venti’. Pochi anni dopo l’Unità d’Italia Viareggio inizia ad essere una località rinomata dal punto di vista turistico e tra la fine del secolo e i primi decenni del Novecento si assiste ad un rapido sviluppo urbanistico: si costruiscono diversi alberghi e molte famiglie facoltose si fanno costruire ville e palazzine in zona. Una prima parte dell’edificio viene infatti costruita già nel 1868 e presenta fin da subito una struttura a due piani, tuttavia molto più semplice della attuale villa.

Negli anni venti la proprietaria è Francesca Racca di Sant’Elia, di origine argentina, che incarica l’architetto Alessandro Lippi di ampliare l’immobile. La maggioranza degli storici d’arte attribuisce invece il progetto della ristrutturazione all’architetto Belluomini, a cui si devono la maggior parte dei progetti edilizi fatti negli anni venti a Viareggio. Per chiarezza è necessario fare un passo indietro: nel 1917 un incendio distrugge gran parte degli edifici lignei (stabilimenti balneari, ristoranti, etc) del Viale Margherita e questo fatto diventa l’occasione per trasformare radicalmente la Passeggiata. Viene istituita una commissione di cui fanno parte ingegneri, architetti, artisti e uomini di cultura e nel 1923 viene emesso un nuovo piano regolatore per riqualificare la zona dei viali a mare. L’ingegnere e architetto Alfredo Belluomini collabora molto spesso con il pittore e ceramista Galileo Chini, in un sodalizio fortunatissimo. Belluomini a Viareggio sperimenta e nelle sue opere le tendenze artistiche dell’eclettismo, del modernismo, dell’art nouveau, del secessionismo vengono rimodulate e personalizzate con l’apporto delle decorazioni di Galileo Chini. Probabilmente per questo motivo parte della critica attribuisce a Belluomini anche il progetto di Villa Argentina, ma i documenti dell’epoca riportano la firma dell’architetto Lippi. A partire dal 1926 a Villa Argentina viene dunque fatta una ristrutturazione totale con l’aggiunta di un piano sottotetto, mentre è certamente Galileo Chini che si occupa delle decorazioni che caratterizzano le facciate lungo il primo piano. Appena entrati nel giardino basta guardare verso l’alto per scorgere i bellissimi pannelli a motivi geometrici che si alternano a decorazioni antropomorfe e floreali di chiara ispirazione neo-rinascimentale: puttini, tralci di vite, fiori, uccelli, in un tripudio di colori e di forme. A Viareggio le decorazioni in ceramica sono il motivo conduttore della maggior parte degli edifici dei viali a mare e Galileo Chini è fautore di un risveglio culturale nel campo delle arti applicate, nel quale le adesioni al nuovo modo di intendere l’arte sono una convinzione dell’artista in tutti i campi della sua attività (grafica, decorazione, scenografia etc). Attorno alla figura di Chini (che lavora in Oriente e al suo ritorno dal Siam si fa costruire un villino a Lido di Camaiore) si forma un nuovo orientamento del gusto liberty, che dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Trenta trasforma il volto della città.

Entriamo dunque e diamo un’occhiata a questa splendida villa, nata come residenza di una famiglia nobile e per lungo tempo adibita a struttura alberghiera. Appena entrati, sulla sinistra, troviamo un grande salone che all’epoca era adibito a sala da ballo. Francesca Racca Oytana, la committente dei lavori di ristrutturazione, sposa un nobile piemontese, il barone Mella di Sant’Elia. La loro figlia, Josefina, si forma culturalmente in Europa, viaggia tantissimo soggiornando nelle località alla moda, ed è proprio lei a volere il salone da ballo e a farlo decorare con estrema cura. La stanza è caratterizzata da stucchi dorati su pareti e soffitti (viene infatti chiamata anche salone degli stucchi); le decorazioni sono orientaleggianti e sono anch’esse opera di Galileo Chini. Le pareti sono adornate da specchi con cornici dorate, realizzate con la preziosa tecnica della meccatura; il protagonista assoluto della decorazione è però l’opera del pittore Giuseppe Biasi, realizzato nel 1930. Il titolo del dipinto e i suoi colori ci trasportano in un paesaggio esotico: il ‘Matrimonio persiano’ e le altre opere di corredo (le ‘Suonatrici’ e il ‘Paesaggio Esotico’). decorano la stanza donandole un’atmosfera fiabesca, esaltata dal pavimento in marmo nero del Belgio. L’oriente e tutto ciò che è esotico risulta di gran moda in quegli anni, basti pensare alla struttura del Gran Caffè Margherita, che ricorda appunto i minareti e gli edifici che avevano ispirato Chini durante la sua opera di decoratore alla corte del Siam. I nobili di Sant’Elia, proprietari dell’edificio in quel periodo, commissionano dunque un salone da ballo di gran lusso e all’ultimo grido.

Sempre al piano terra troviamo un portico, oggi chiuso con vetrate, che permetteva di entrare nel piccolo ma elegantissimo giardino. Nello spazio esterno sono presenti delle aiuole con la vegetazione tipica dei giardini di inizio secolo e piante di origine sudamericana, tra cui il cosiddetto albero dei coralli (il fiore è il simbolo dell’Argentina, chiaro riferimento alla proprietaria). Nel 1939 la baronessa Josefina Racca fa apportare alcune modifiche: l’immobile viene ampliato sul lato nord e viene costruita la torretta, priva degli abbellimenti ceramici anche a causa delle direttive del Fascismo, che imponeva di costruire seguendo i dettami del razionalismo.

Il portico viene chiuso con l’inserimento di porte e porte-fiinestre e la sala a piano terra viene collegata tramite un cancellino scorrevole alla galleria ottenuta.
I lavori proseguono l’anno successivo: al piano terra viene modificata la scala principale e viene collocata una grande specchiera sulla parete di fondo per migliorare la prospettiva.

Negli anni ’50 i proprietari decidono però di non utilizzare più la proprietà a causa di una massiccia costruzione edificata proprio a ridosso del lato est. Decidono quindi di venderla e la
villa viene trasformata in una pensione. Pur venendo adeguata e in parte trasformata la struttura non perde il suo fascino, ma l’albergo viene chiuso negli anni Ottanta. Dopo decenni di degrado la struttura viene finalmente restaurata e nel 2014 viene restituita in tutto il suo splendore alla cittadinanza; oggi viene infatti utilizzata come sede per riunioni ed esposizioni e il salone a piano terra viene spesso usato per celebrare matrimoni.

Dopo aver fatto un giro per le stanze del piano terra, dove si si possono ancora ammirare i bellissimi pavimenti originali in prezioso seminato alla veneziana, saliamo ai piani superiori con una scala in ferro battuto veramente spettacolare e scenografica. Al primo piano troviamo un’altra sala ottagonale dove il pavimento è decorato con motivi floreali, e da qui e dal corridoio si aprono le finestre e le porte che danno accesso alla terrazza. Qui come accennato le fasce di coronamento vicino alle finestre sono formate da piastrelle di varie tipologie, con decorazioni vegetali (uva, fogliame, fiori, stilizzati alberi della felicità) e antropomorfe. L’ampia terrazza è decorata, come tutte le facciate della Villa, con maioliche dipinte di Galileo Chini, cotte nelle Fornaci di Borgo San Lorenzo. Quasi tutta la porzione superiore della Villa è rivestita da pannelli ceramici eterogenei: disegni a scacchiera di matrice geometrica di colore verde e oro con altri decorati con cesti di frutta, accostati a piastrelle con uccelli e grappoli d’uva fra tralci e fogliame, decorazione che celebra la leggenda di Zeus. In questo periodo i modelli decorativi elaborati sono spesso ripresi dall’arte classica, come i putti, i festoni e le ghirlande. I pannelli, composti geometricamente, risentono dell’influenza di Klimt, che si ritrova nelle spirali, nei cerchietti e nei triangoli o anche nell’utilizzo di schematici motivi floreali. L’insieme richiama la cultura orientalista, ampiamente sperimentata da Chini tre anni prima alle terme Berzieri di Salsomaggiore, qui ricondotta a una tipicità toscana attraverso i motivi tradizionali delle maioliche del Rinascimento fiorentino. Nella realizzazione è infatti chiara la ricerca della tradizione delle ceramiche invetriate fiorentine di epoca rinascimentale; la tecnica della ceramica invetriata prevede che le piastrelle di terracotta vengano rivestite con un trattamento policromo e lucente, che rende le decorazioni molto più resistenti. Chini usa però anche effetti che donano un aspetto lucido e metallico, fondendo cosi armoniosamente il tardo liberty con il rinascimento.

La villa è oggi circondata da edifici moderni, ma mantiene la sua posizione d’angolo di fronte alla pineta ed è raggiungibile in pochi minuti a piedi seguendo Via Vespucci. Villa Argentina è per così dire la rappresentazione ideale della Viareggio modernista: inserita in una città costellata di edifici Liberty, dove l’Art Nouveau e le sue decorazioni colorate accompagnano lo sguardo attraverso tutto il Lungomare, la Villa è un esempio lampante e unico dell’importanza e della meraviglia dell’arte dei primi del Novecento.

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Gilda Maestri

Toscana innamorata della sua terra, dei paesaggi e delle bellezze artistiche: accompagnatrice e guida turistica.

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