mura di lucca

Con uno sforzo immenso sollevò le palpebre scoprendo le iridi dorate e ponendo fine al breve sonno inquieto.
Lentamente ruotò la testa, affrontando il dolore che ne accompagnava il movimento, verso la lama di luce che entrava dall’imponente portone di legno malamente socchiuso e calcolò che doveva essere ancora troppo presto e troppo freddo per lasciare quel provvidenziale rifugio.

Allungò gli arti, rabbrividendo, e cominciò a sollevare la grande mole inspirando profondamente per reagire al dolore che serpeggiava nel suo corpo ad ogni respiro. Si trascinò verso il portone, un pesante passo dopo l’altro, e un raggio di luce gli sfiorò il lungo collo scatenando una piccola esplosione di bagliori azzurrini che illuminò le squame che ricoprivano il collo e l’intero corpo.

Sbirciò fuori e vide la campagna inondata dalla luce invernale: era desolata, abbandonata, attraversata da corsi d’acqua fumante che brillavano come cristalli sotto i raggi cerulei del sole. Nessuno appariva tra le macerie di case e fattorie, tra i campi e i boschi devastati da incendi di cui ora restavano solo ceneri e tizzoni e resti di creature che non avevano trovato scampo dall’ira dei guerrieri.

La gola generò un roco gorgoglio che rotolò fino alla bocca e lui fu incapace di trattenerlo. Si eresse in tutta la sua altezza, gonfiandosi incurante del dolore che bruciava in ogni angolo del corpo, allargò le enormi ali che arrivarono a toccare il soffitto graffiandone le travi, spalancò le fauci ed esplose in un lungo grido che si intrecciava alla immensa rabbia e alla infinita disperazione che ancora lo tenevano in vita.

L’angosciante grido si mescolò al flusso di gas generato costantemente dal suo stomaco e quando Luk, il grande drago azzurro, chiuse di colpo la bocca, la scintilla scaturita dall’incontro dei denti lo incendiò e la fiamma vivissima che gli inondò la bocca fu proiettata su tutto ciò che lo aveva ospitato quella notte. L’incendio distrusse in poco tempo l’edificio, ma il drago non restò lì a guardare: si mosse in mezzo alle fiamme che lo avvolgevano e che facevano splendere le sue scaglie, si diede una spinta verso l’alto e le ali lo portarono su tra le nuvole di fumo che finalmente gli impedirono la vista del disastro.

Il desolante spettacolo che si era presentato agli occhi del drago al suo risveglio, doveva essere molto simile a ciò che le popolazioni di origine celto-ligure videro all’arrivo in quella piana alluvionale creata dal fiume poi chiamato Auser e circondata da colline che offrivano validi rifugi: isolette ricoperte da fitta vegetazione emergenti dalle acque che brillavano sotto la luce del sole. La devastazione provocata dal fuoco e dagli scontri tra enormi creature alate secoli prima del loro arrivo aveva lasciato il posto alla crescita rigogliosa di boschi e foreste che avevano richiamato animali e qualche contadino che aveva sfidato la natura per ottenere un posto tranquillo in cui vivere.

Un luogo paludoso, ma brillante e splendente di acque azzurre sotto la luce del sole: LUK, nella lingua dei nuovi arrivati.

Nessuno di loro, però, era a conoscenza di quanto avvenuto in passato, della lotta fratricida che aveva decimato i draghi. Nessuno poteva sapere che alcuni di loro erano sopravvissuti e, avvolti nel loro dolore, si erano nascosti e vivevano come ombre e il fatto che nessuno si ricordasse di loro era il loro unico sollievo alla memoria straziante della carneficina. Nemmeno Martina, secoli dopo la guerra dei draghi e secoli dopo l’arrivo dei Celti, aveva poco più che una vaga idea di leggende a riguardo. Leggende, appunto. Storie narrate per far sognare i bambini o per farli spaventare se fanno i monelli… leggende.

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Antonella Marcucci

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