Martina trotterellava in mezzo alla confusione del mercato, tra le chiacchiere della gente e i richiami dei venditori, e aveva delle ottime ragioni per essere allegra.

Innanzitutto suo padre aveva concluso dei buoni affari vendendo tutta la stoffa che la famiglia aveva tessuto e ciò garantiva una certa sicurezza economica, una buona scorta di alimenti, la possibilità di acquistare fili e magari qualche animale da cortile.

Poi, dato che ormai aveva compiuto 12 anni, suo padre le aveva permesso di gironzolare da sola nel mercato con la precisa raccomandazione di non allontanarsi mentre lui contrattava qualche affare. La raccomandazione era superflua perché “ho la testa sulle spalle, io” dichiarava orgogliosa ai genitori quando le affidavano qualche compito che i fratelli più piccoli non potevano svolgere e quelli più grandi non avevano tempo per farli.

E, dulcis in fundo, il padre le aveva dato, come riconoscimento per averlo aiutato durante la giornata di affari, un gruzzoletto di monetine che ora tintinnavano argentine nella scarsella agganciata alla cintura. Non che fosse una gran ricchezza, ma era segno che il padre le riconosceva indipendenza e maturità e poteva spenderle a suo piacimento.

Mentre guardava ciò che i banchi offrivano, redigeva e cambiava mentalmente una lista di oggetti da comprare: dei nastri colorati per i capelli della mamma nei giorni di festa, qualche dolcetto per i fratellini piccoli.. per i grandi ancora non aveva deciso.. Passava da un banco all’altro senza riuscire a decidersi, stringendo la scarcella per assicurarsi che il suo patrimonio fosse sempre lì, spostandosi rapidamente all’arrivo dei venditori che trasportavano le mercanzie.. dopo un paio d’ore in cui era riuscita a comprare solo i nastri era stremata e decise di andare a cercare un po’ di quiete nel Duomo, passando per la loggia in cui operai e scultori lavoravano e discutevano sulle decorazioni da progettare o da completare in una Babele di dialetti e lingue.

La facciata della chiesa era stata conclusa o interrotta una trentina di anni prima e Martina aveva sentito raccontare che architetto e operai erano stranieri del Nord e che avevano portato macchine nuove con cui avevano lavorato velocemente e con grande maestria. Inoltre si diceva l’architetto aveva abilmente risolto un problema di spazi e pesi e archi e misure.. ma questo non lo aveva capito bene e in realtà non le importava dato che ogni volta che guardava la facciata della chiesa era colpita dalla sua bellezza e non certo dalla sua asimmetria. Inoltre, ogni volta che passava da lì, sorrideva e lanciava un silenzioso saluto al cavaliere di cui portava il nome e si incantava a guardare leoni e draghi che combattevano… draghi piccoli, grandi, con le ali, con la lunga coda, con artigli e denti aguzzi.. un mondo fantastico e leggendario!

Guidetto da Como è l’architetto e scultore di cui Martina ignora il nome. Fu attivo in Toscana tra la fine del sec. 12° e il primo ventennio del successivo e lasciò una iscrizione-firma (“Mill(esimo) CC / IIII / condi / dit ele / cti tam pul / cras dextra / Guidecti”) a rivendicare la paternità dell’opera datandola al 1204.
La decorazione scultorea nella loggia proseguì poi per decenni per mano di artisti lombardi di cui non conosciamo i nomi e di Nicola Pisano che nel 1260 completa la lunetta della porta laterale con una vivida e drammatica ‘Deposizione’. Della prima metà del sec. 12° è anche la statua di San Martino e il povero di cui Martina conosce bene la leggenda, portandone il nome.

Immersa nei suoi pensieri e un po’ irritata per non aver concluso le sue spese, Martina entrò nell’edificio sacro più importante di Lucca e lo esplorò seguendo ora un raggio di luce ora il riverbero delle fiamme delle candele ora il sommesso pregare dei pochi presenti. Si impegnò a leggere qualche iscrizione, ma erano scritte in una lingua ormai poco diffusa, provò ad immaginare chi avesse inciso sulle colonne fiori e figure e poi, ormai stanca di quella tranquillità, decide di tornare al mercato per un ultimo giro prima di incontrare il padre e tornare finalmente a casa.

“Ma cos’è questo?” si chiese, colpita da un bagliore azzurrino che si sprigionava alla base di una colonna da una sorta di sottile moneta accarezzata da una lingua di luce. Martina si chinò per raccoglierla e la rigirò tra le dita: non poteva essere una moneta: era più grande di tutte quelle che aveva mai visto, era troppo sottile e non era di metallo bensì di un materiale flessibile e freddo che rifletteva la luce scomponendola in infinite varietà di azzurro che si rincorrevano tra regolari incisioni sulla superficie. Martina si alzò stringendo in mano quel misterioso tesoro, si guardò intorno preoccupata che qualcuno vedendola potesse scambiarla per una ladruncola. Rassicurata dall’indifferenza dei presenti, infilò l’oggetto nella scarcella ed uscì rapidamente senza accorgersi che, nella penombra, una donna coperta da capo a piedi da mantello e cappuccio aveva seguito ogni suo passo.

Appena Martina varcò l’uscita, la donna sospirò di sollievo.

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Antonella Marcucci

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