Nel Regno Unito la pena di morte fu abolita definitivamente con una legge del Parlamento nel 1969. In Toscana era stata abolita già nel 1786. Una differenza di ben 183 anni!
Tuttavia, Lucca rimase un ducato indipendente fino al 1847, quando fu ceduta al Granducato di Toscana dal duca Carlo Lodovico. La pena di morte rimase quindi ancora prevista dalle leggi lucchesi, sebbene per anni non fosse stata applicata a nessuno dei suoi cittadini. Questo cambiò nel 1845, quando una famigerata banda di briganti armati fu catturata, processata e condannata a morte.
La banda comprendeva:
Fabiano Bartolomei, soprannominato «la Donnola»;
Natale Giusti;
Demetrio Prosperi, detto «il Rosso»;
Tommaso Bartolomei, soprannominato «Barbanera»;
Giuseppe Alessandri, conosciuto come «Cabala», che girava per i paesi travestito da pellegrino e distribuiva immagini sacre;
Pietro Buero, già accusato di aver violentato e ucciso una donna in Corsica;
e Giovanni Nardi, che da bambino era stato in seminario e che per questo veniva chiamato «l’abate di Cocciglia», essendo nato proprio in quel paese della Controneria.

Dal 1837 al 1842 la banda compì una serie di furti sempre più audaci e violenti, sia nella zona delle Montagne Pisane sia in Garfagnana. Armati di antichi archibugi, terrorizzavano le loro vittime e, secondo le accuse, talvolta violentavano le donne che ritenevano belle. Arrivavano persino ad aggredire i sacerdoti, alcuni dei quali erano anch’essi armati!
Il bottino consisteva soprattutto in gioielli e denaro, ma anche in qualcosa che oggi può sembrare sorprendente: biancheria di lino, che all’epoca era un bene tutt’altro che economico.
Dei sette membri della banda, sei furono catturati e riconosciuti colpevoli di furto aggravato, violenza e reati contro le donne. Lo stupro, infatti, non era ancora contemplato dalla legge come specifico reato nel senso moderno. Furono quindi, sorprendentemente, condannati a morte, benché nessuna delle loro vittime fosse stata uccisa durante le rapine.
Il duca di Lucca rifletté a lungo sulle richieste di grazia. Trascorse addirittura un’intera notte nella sua cappella privata a Marlia, esaminando le prove e pregando Dio affinché lo guidasse nella sua decisione.
La risposta arrivò il giorno seguente: soltanto per uno dei sei condannati, Natale Giusti, la pena di morte fu commutata in dieci anni di lavori forzati a Viareggio.
La reazione del pubblico fu contrastante. Alcuni Lucchesi decisero di non assistere all’esecuzione, essendo contrari alla pena di morte, come lo erano stati i loro vicini toscani. La maggioranza, invece, si radunò in una folla enorme — si stimano circa ottomila persone — per assistere al macabro spettacolo di cinque uomini che perdevano la testa.
La ghigliottina, introdotta a Lucca quando la sorella di Napoleone, Elisa Bonaparte, era Principessa di Lucca e importata dalla Francia, fu trasportata all’esterno di Porta San Donato.
Il 29 luglio 1845, alle sei del mattino, i prigionieri furono fatti uscire dal carcere di San Giorgio, che esiste ancora oggi. Erano accompagnati da alcuni sacerdoti incaricati di confortarli e di ascoltare le loro ultime preghiere.
Alle sette del mattino tutte e cinque le teste erano rotolate nel carro destinato a trasportarle e lo spettacolo era finito.
La folla si disperse e quella che aveva avuto quasi l’atmosfera di uno spettacolo popolare si trasformò in sconforto e, forse, in un senso di colpa per coloro che avevano assistito a quell’orribile evento.
A difesa dell’epoca e della popolazione di Lucca va detto che nessun Lucchese si offrì volontario per fare il boia. Tuttavia, la notte prima dell’esecuzione, il boia dovette essere fatto venire da Parma, dove, a quanto pare, la pena di morte era ancora in vigore. Ancora oggi, sulle mura di Lucca, esiste una Casa del Boia, restaurata e trasformata oggi in un museo/centro multimediale, dedicato soprattutto alla Via Francigena e alla storia dell’edificio.Quando, nel 1847, Lucca entrò a far parte del Granducato di Toscana, il granduca Leopoldo II fu ben lieto di vedere la ghigliottina bruciata.
Ne rimase soltanto una parte: la lama, che fu portata via da un sacerdote, caricata su una barca a Viareggio e gettata in mare, dove affondò senza lasciare traccia.
Ci sono, tuttavia, parecchie domande rimaste senza risposta. Esisteva un sistema di appello quando Lucca passò sotto il controllo del Granducato? E, nel caso di una condanna rivelatasi ingiusta, esisteva qualche forma di risarcimento?
La terribile ironia della storia è che, quando il Granducato di Toscana decise, attraverso un plebiscito alquanto manipolato, di entrare a far parte del nuovo Regno d’Italia nel 1861, i Toscani si trovarono nuovamente sottoposti a un regime che prevedeva la pena capitale.
Il nuovo Regno d’Italia, infatti, mantenne la pena di morte. Essa fu abolita ufficialmente nel 1889, anche se in pratica le esecuzioni erano cessate dal 1878.
Ci fu poi il periodo fascista: nel 1926 Mussolini reintrodusse la pena di morte per alcuni gravi reati, tra cui l’attentato alla vita del Re, della Regina, del Principe ereditario e del Capo del Governo, oltre a determinate forme di tradimento dello Stato.
La pena di morte in Italia fu infine abolita nel 1944 per i reati comuni e completamente eliminata dall’ordinamento nel dopoguerra, con la Costituzione del 1948.
L’ultima esecuzione a Lucca fu quindi anche l’ultima esecuzione pubblica della città.
L’ultima esecuzione pubblica nel Regno Unito avvenne invece nel 1868, quando Michael Barrett, un rivoluzionario irlandese, fu impiccato davanti alla prigione di Newgate a Londra per il suo coinvolgimento nell’attentato di Clerkenwell.
E allora ricordiamo questi fatti sordidi quando, guardando le notizie alla televisione, sentiamo parlare di un’altra esecuzione compiuta in Medio Oriente o perfino negli Stati Uniti.
Almeno i canali televisivi hanno la decenza di non trasmettere i video nella loro interezza…
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