Nei primi anni del Cinquecento, più o meno quando a Firenze tornava la dinastia dei Medici dopo l’era di Lorenzo il Magnifico, nell’allora ‘Repubblica di Lucca’ nasceva Chiara Matraini, donna forte e passionaria che non ebbe timore di andare controcorrente sia nella vita privata che nella passione dello scriver rime pubblicando a suo nome, vero scandalo in un’epoca di editoriali ammessi al solo uomo e solo sporadicamente a qualche nobildonna.

“C’era chi l’adorava, molti non l’amavano affatto, le donne per il suo coraggio che scambiavano per arroganza, gli uomini per la sua intelligenza e il suo talento, le une e gli altri per la sua singolarità che era diventata ogni giorno più visibile.”

Di questa poetessa dalla non facile esistenza vissuta tra Lucca, Matraia (paese collinare vicino alla città) e per un certo periodo pure Genova, ne scrivono a quattro mani due noti autori, Laura Bosio e Bruno Nacci, i quali per un po’ di tempo hanno frequentato l’archivio storico della Biblioteca Statale di Via Santa Maria Corteorlandini, in centro città, accedendo alla preziosa documentazione giunta sino ai giorni nostri e custodita in speciali teche.

Il romanzo dal titolo ‘Per seguire la mia stella’ (casa editrice Guanda) è collocabile nel genere storico e pure nel narrativo difatti, sotto un’atmosfera lievemente melodrammatica, vengono alla luce una serie di intrighi, legami familiari e passioni realmente esistiti misti ad avvenimenti di pura fantasia, così come dichiarato dagli stessi autori.

Il libro “Per seguire la mia stella”

Dunque, è un affascinante salto temporale quello che si compirà per mezzo di pagine e minuziose descrizioni dentro alle quali, a occhi chiusi, parrà di trovarsi nel bel mezzo del sedicesimo secolo a camminare per una piazza di Lucca o nell’oscurità di un tipico vicoletto pavimentato coi sanpietrini, se non addirittura in contemplazione della navata centrale del Duomo.

“Avviandosi verso la chiesa degli agostiniani, Gherardo scelse di fare un ampio giro costeggiando le mura. Voleva evitare la via Fillungo e i vicoli dove avrebbe potuto incontrare qualche conoscente, godendosi l’aria fresca della sera finalmente rasserenata, l’odore di terra bagnata che veniva da campi e l’ultima luce del sole che brillava sulle finestre più alte dei palazzi e sui muri, mentre dalle grondaie scrosciava ancora l’acqua accumulata durante il recente temporale. Camminava piano, assaporava la pace delle strade, ma anche i richiami da una casa all’altra delle donne che stendevano i panni servendosi di funi e carrucole e intanto gridavano ai figli di tornare perché si faceva buio. Si ricordò delle gazzarre infantili, di quando con gli amici correva per Lucca come se la città fosse un campo per le loro gesta di paladini chiamati a combattere i feroci pirati che infestavano il mare e la costa. I pirati non si erano mai visti ma le mura poderose che erano state alzate parlavano di un timore profondo, di minacce dietro cui si celava lo spettro della distruzione.”

Ovvio che il lettore nativo lucchese non avrà problemi a percepire la tipica atmosfera di città, anche se più poetica e sentimentale rispetto a quella dei giorni nostri e, può darsi, anche assai ‘saporita’ e fiera (non dimentichiamoci che la Repubblica di Lucca era l’unica in alta Toscana a tener testa al dominio dei Medici) e saprà riconoscere, soprattutto nei capitoli iniziali ove traffici e intrallazzi vari tra setaioli fanno da padrone, quel sapore lungamente descritto nonché fiuto per gli affari che caratterizza appunto, da sempre, gli abitanti della città.

Potrebbe invece accadere (‘de gustibus’) che il generico lettore ovvero chi è privo di specifici legami con Lucca, si stanchi dell’iniziale narrazione dettagliata e pignola, nel complesso statica, che restituisce una visione fredda e mercenaria, comunque sia, non appena la vicenda personale della poetessa prenderà il volo, l’atmosfera diverrà subito più accattivante e si riuscirà meglio ad affondare nella memoria di una vita orgogliosa, mai domata, e piena di tribolazioni interiori, sia per l’unione sfortunata con Bartolomeo, uomo che ricambiava ma era comunque sposato ad un’altra, che per la penosissima battaglia legale mossa dall’unico figlio per questioni ereditarie.

E niente, erano tempi di matrimoni combinati, rigore ed etichetta, calessi e signoroni, pizzi, merletti e stracci consunti, forconi e servitù, obbedienza e rivolte sanguinose (ampio spazio è dedicato alla rivolta degli Straccioni, anno 1531) ma, a quanto pare, le passioni travolgenti non hanno epoca e ciò che è vero e duraturo rompe gli argini e trova il modo di trionfare.

Sebbene, dopo il 1604 cioè l’anno di morte della Matraini (Bartolomeo era già stato assassinato da tempo), l’eco dello scandalo fece sì che della sua vicenda e delle sue opere, compreso le preziose ‘Rime e Lettere’, non se ne parlasse più per molti anni, andando a finire nel dimenticatoio del disonore.

L’ultima pagina riporta:

“I libri di Chiara Matraini finirono nella biblioteca della canonica di Santa Maria Forisportam, finché di lei e dei suoi scritti, tramandati in una memoria distorta che sapeva di Controriforma, alla fine del Seicento si persero le tracce.
Dopo quattro secoli di oblio, gli studi di Luigi Baldacci, Giovanna Rabitti e Daniela Marcheschi li hanno riportati in luce, insieme a una delle grandi poetesse del Rinascimento.”

In conclusione, da lucchese trasferita altrove, mi sento di dire che questo viaggio tra le pagine di un’opera che porta indietro nei secoli, in una Lucca spietatamente medievale, ha assunto per me una maggiore valenza a causa dei miei natali nella ‘città dalle cento chiese’, pertanto vi risparmio il concentrato di personali commenti campanilistici dettati, com’è ovvio, da un cuore inorgoglito.

D’altro canto è quasi scontato – e concedetemelo! – l’invito che vi rivolgo, a fare prima o poi un salto a Lucca affinché possiate ‘perdervi’ tra vicoli caratteristici, imponenti palazzi, torri, bastioni e baluardi i quali, sebbene in epoca contemporanea, nel loro insieme sono in grado di restituire un clima suggestivo e quasi surreale.

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