La provincia di Lucca può vantare i natali di grandi scrittori, Ungaretti e Tobino per citarne due, ma può essere orgogliosa anche della presenza di uno degli scrittori definiti più marginali, ugualmente di grande spessore: Guglielmo Petroni.
Guglielmo Petroni nasce a Lucca nel 1911, da famiglia calzolaia. Dopo un esordio artistico nella pittura, si trasferisce a Roma durante gli anni del fascismo dove diviene scrittore per riviste e poi narratore. Nel 1943 partecipa alla Resistenza interrompendo l’attività letteraria, ma il suo allontanamento dura solo un anno perché nel 1944 fu arrestato dai nazifascisti e trattenuto come prigioniero politico. È scampato alla morte solo grazie all’intervento tempestivo degli alleati.
La sua produzione vanta di scritti poetici, autobiografici e narrativi. Le sue opere più conosciute sono “Il nome delle parole” (1984), “Il mondo è una prigione” (1945-49) il racconto dell’esperienza di prigionia in tempo di guerra, “La casa si muove” (1949) e “La morte sul fiume” (1974) romanzo lucchese per eccellenza.

È proprio grazie a questo libro che la bravura di Guglielmo Petroni diviene nota. “La morte sul fiume” è l’opera che gli ha permesso di aggiudicarsi il Premio Strega nel 1974 ed è il romanzo che lo riporta in terra lucchese dopo gli anni trascorsi a Roma. Il fiume che muore è proprio il Serchio che in questa chiave narrativa assume la valenza simbolica di un mondo che non c’è più e che era caro all’autore.
Stefano Calzolari (alter ego di Petroni) è il protagonista del libro insieme all’amico Sante Martelli. Nella storia i due amici ritornano al paese di origine (Lucca) e attraverso la vista del fiume assistono al cambiamento inesorabile del mondo circostante e della loro vita.
«Ora l’acqua era un liquido opaco, marrone scuro. Vi immerse una mano e ne sentì la viscidezza velenosa. Anche un fiume può morire. Stefano alzò gli occhi verso l’alto perché stavano per riempirsi di lacrime.»

Nel 2002, durante la riqualificazione del parco fluviale, l’aver riconosciuto quella splendida terrazza che si affaccia sulle cascatelle del Serchio sotto il Ponte San Quirico, ha in sé il grande significato di portare i lucchesi a comprendere meglio il valore metaforico e affettivo di quel fiume, vero protagonista dell’opera ed elemento simbolico.
L’acqua del Serchio diventa così portatrice di un flusso di ricordi di un’infanzia di speranza e di un presente consapevole dell’inesorabilità della vita e della diversa percezione di un territorio mutato fin dentro l’anima degli abitanti. Dalla purezza delle acque e del ricordo, all’immondezza e il fango delle rive e della vecchiaia.
Tutto è contrario alla classica immagine purificatrice dell’acqua, che scorre e porta via sporcizia, desolazione e livore, rimane solo lo smarrimento dell’autore, dei personaggi e dell’Uomo.
Nel dialogo che conclude l’opera, però, la storia personale si fa Storia collettiva e la speranza fa nuovamente capolino nel «non c’è nulla della realtà che sia banale e fine a se stesso». L’esempio e la letteratura di Petroni ne è un valido e grande esempio.