Passeggio per le strade ormai multietniche del Mercato. Osservo la mia immagine riflessa nella vetrina di un negozio cinese di riparazione di cellulari, poi guardo dentro. Il ragazzo è intento a lavorare su uno smartphone. Penso a come il mondo evolva e, con esso, il lavoro: a quelli che sono spariti e a quelli nuovi che nel frattempo sono nati.
A Viareggio, come altrove, tutto è ormai cambiato, ma chi sa guardare più in profondità riesce a scorgere ancora un eco di ciò che fu.
Ad esempio, piazzetta Margherita di Borbone era in precedenza piazza dei Funai. Qui, così come nell’area tra le vie XX settembre e via Vespucci e fra la via Paolina e la via Fratti, c’erano vasti campi dedicati alla produzione delle funi, che trovavano largo impiego nella marineria viareggina e nelle vicine cave di marmo apuane.

Il lavoro, che si svolgeva interamente all’aperto, consisteva in varie fasi. La prima consisteva nella filatura del trefolo (o filo) dalla canapa grezza o, più raramente, di cocco o manila. Il tutto avveniva a mano, tramite ruote mosse da manovelle.
I trefoli venivano impiombati, cioè congiunti alle loro estremità e raccolti in un grosso rocchetto, detto stornello, per poi essere suddivisi in vari stornellini (rocchetti).
I trefoli venivano poi uniti a formare un legnolo e più legnoli formavano un cavo, di diversa tipologia, a seconda dell’utilizzo e delle caratteristiche. Talvolta venivano poi catramati a caldo.

L’unico ausilio alla forza delle braccia erano i bovi che azionavano il meccanismo meccanico per la torsione dei legnoli.
L’avvento del nylon e degli altri polimeri plastici ha completamente cancellato questa attività.
Altra attività che fu, se non del tutto estinta, fortemente ridimensionata dall’avvento del sintetico fu la rammagliatura delle reti. Tipico lavoro dei pescatori costretti a terra, la svolse anche mio nonno, Marino Levantini, quando dovette interrompere la navigazione per motivi di salute.

Non era raro, fino alle soglie degli anni ’90, vedere pescatori intenti ad accomodare le reti sulle banchine del molo.
Altri mestieri legati al mare, un tempo tipici e oggi praticamente spariti, sono quelli del maestro d’ascia e del calafato.
Si trattava di due figure fondamentali della cantieristica navale, quando le barche erano costruite in legno. Il maestro d’ascia di occupava di sagomare i grandi ceppi di legno che avrebbero costituito la struttura dell’imbarcazione.

I calafati erano invece quegli operai che si occupavano di impermeabilizzare gli scafi, inserendo stoppa e catrame tra le tavole.
Lo storico locale C.R.O. Darsene nacque nel 1914 come Circolo dei Calafati e difatti ancora oggi, al piano superiore della palazzina, c’è la sede della Lega dei Maestri d’ascia e Calafati. Nata nel 1895 come Società di Mutuo Soccorso fra Maestri d’Ascia e Calafati, contava inizialmente circa 120 iscritti. All’inizio del Novecento fu tra i fondatori della Camera del Lavoro, di cui costituì una delle categorie più battagliere sul fronte degli scioperi e delle rivendicazioni.
Nel 1959 Inaco Biancalana li immortalò nella sua scultura “Calafati e segantini”, conservata alla GAMC presso Palazzo delle Muse.

Nel 2012 un reportage fotografico di Giorgio Nardini ha immortalato gli ultimi lavoratori depositari di questa antica arte, presso lo storico Cantiere navale Del Carlo, specializzato nella ristrutturazione delle barche d’epoca.
Il legno che doveva essere lavorato da questi abili artigiani veniva accumulato nelle zone limitrofe a via Coppino e, in particolare, nell’attuale Piazza Brin. Oggi, in questo ormai raro angolo di verde cittadino, si trovano alcuni bellissimi alberi di canfora. Chissà se sono nati spontaneamente da qualche seme caduto a terra, visto che quest’essenza era una di quelle impiegate nella costruzione delle imbarcazioni.
Un altro lavoro scomparso è infine quello dello scotitore: l’addetto alla raccolta dei pinoli. Tra la metà del XIX e l’inizio del XX secolo, questi operai si arrampicavano senza alcuna protezione su pini alti anche 20 o 30 metri, con l’ausilio di una scala, un’asta dotata di gancio e rampini, spesso incorrendo in incidenti anche mortali.

Osservando svettare nella Pineta i -sempre meno numerosi- pini rimasti, non posso che provare un brivido di vertigine al pensiero di queste persone coraggiose.
La scala veniva posizionata sotto un ramo, il quale era poi agganciato con l’asta, che lo scotitore usava per issarsi sull’albero. Se non c’erano rami raggiungibili, ricorrevano a ganci da conficcare direttamente nel tronco. Una volta raggiunto il ramo, ogni pigna veniva staccata a buttata a terra, per poi passare a un altro ramo.
Le pigne venivano poi raccolte e stoccate in un campo nei pressi dell’ex Fervet, dove venivano lasciate aprire. Alla Versiliana, a Marina di Piestrasanta, è visibile un interessante esempio di fabbrica dei pinoli.

I pini non offrivano solo il frutto, ma anche il legname e la scorza, che venivano raccolti dai boscaioli. Quest’ultima era macinata per ricavare lo zappino, un colorante che rendeva le reti da pesca più resistenti. Questa operazione si chiamava tannatura.
La legna veniva invece portata via dai barrocciai, tramite appositi carri che caricavano interi tronchi.
L’ultimo lavoro scomparso che voglio citare è quello del pescatore di ceè. Dai racconti di mio nonno e di mio padre, ho un’immagine nitida di questi uomini intirizziti dal freddo sulle banchine del molo.

Si trattava di una delle più tradizionali, antiche e radicate attività di Viareggio, tanto che già nel rapporto “Sulle Condizioni della Marina Mercantile Italiana al 31 Dicembre 1888 – Relazione del Direttore Generale della Marina Mercantile a S. E. il Ministro della Marina” si legge che “nella località di Viareggio è importante la pesca delle anguille o cieche fatta col setaccio […] La pesca si esercita di notte lungo il canale e talvolta in una sola alzata si raccoglie più di una libbra di pesce”.
Si trattava di un lavoro di sussistenza, come dice Mario Tobino in una sua lettera: “[…] anguille che a Viareggio chiamano ceoline e che servono a sfamare la popolazione nei mesi di Dicembre, Gennaio e Febbraio, perché dopo c’è Carnevale, poi incominciano i preparativi per la stagione estiva e i concittadini trovano più o meno da lavorare”.
Lorenzo Viani, ne “Il Nano e la statua nera”, ci dà una descrizione nitida di questa misera umanità:
“Sono i pescatori, – i più meschini e tribolati, – delle anguille cieche, vecchi, ragazzi, donne, uomini, che aspettano «lo scuro di luna», ché le armate fittissime delle anguille, ferme sulla foce, non iniziano la marcia dal mare ai fossati della palude, per maturarvi e ritornare al mare brunite, se la luna veleggia nel cielo. Appena l’ultimo falcetto di luna recide il tremulo orizzonte e si stempera del tutto nell’acque fredde, le armate, ferme giù nel limo misterioso, si muovono a scaglioni, compatti. Le migliaia di lanterne fanno abbacinare questo sterminato esercito, rattorto in sé come un colossale canapo d’argento, lo scompigliano, lo deviano: percosso da lunghe aste, sulla cui cima è congegnato un setaccio di fittissima rete d’acciaio attrezzato su una grande centina rotonda, l’esercito retrocede, riavanza, si sbanda, fugge, s’affonda: i larghi setacci ribollono di anguille che fanno la schiuma come il mare; i canestri foderati di iuta son tutto un brulichìo schiumeggiante. Per tutto il corso del fosso-canale è un percuotersi di aste, una schermaglia secca con urli concitati e imprecazioni. La nuova che l’esercito ha iniziato la marcia e avanza in disordine si diffonde in un attimo, dalla foce alle cateratte, e tutti, come guerrieri predaci, aspettano con l’asta in resta il passaggio delle prime «avanzate». Ma se il tempo non è propizio, il mare è mosso, e la luna s’attarda a calare e si rifrange, si moltiplica sui flutti palpitanti, e dal setaccio del cielo filtra un’acquerugiola fine, di quelle che bagnano l’ossa, molti pescatori si sdegnano; raccolti gli arnesi, a piccole armate, si riducono verso le loro casette, mettendo sulle vie del vecchio paese una moltitudine di Diogeni con la lanterna e il canestro. In quelle sere, le anguille cieche passano a piccoli scaglioni isolati, come soldati dispersi, e spesso i pescatori pescano acqua salata. Soltanto i passionisti disperati rimangono, in quelle sere, sul pietrato, o che piova e soffi il vento, o che i brezzoni invernali strinino la pelle. Questi uomini salcigni, intabarrati nei cappotti di casentino del colore delle vele, con in bocca i cannucci delle lor pipe di terra, rosse come il mattone, si raccolgono intorno a un focherello che arrossa i lor visi rubesti, alimentato dai detriti marini. A intervalli brevi qualcuno di loro immerge la lunga asta nel fondo del canale, ara per un buon tratto rasente la muraglia, ma non aggalla che acqua schietta; allora ritorna al fuoco a favellare della tribolata vita dei pescatori. Molti di questi vecchi pescatori svernano sul pietrato. Le anguille iniziano il passaggio ai primi geli e lo terminano là verso marzo. Quando sui monti si scorgono i primi chiarori, essi ritornano alle loro case; con la luce le anguille scompaiono nel profondo; i vecchi ritornano ai loro posti, quando le arie ricominciano a farsi brune.”
Intorno agli anni ’80 l’anguilla europea, ormai drasticamente ridotta a causa della distruzione del suo habitat e dalla pesca eccessiva, cominciò ad essere una specie in pericolo e la pesca delle cee fu chiusa, cancellando una tradizione secolare della nostra città.
Passeggiando per le strade di Viareggio, mi pare di vedere i fantasmi di questi lavoratori d’altri tempi, e mi soffermo a cercare un indizio del loro passaggio. Una piccola testimonianza, di quelle che di solito sfuggono ai più, ma che rappresentano ciò che siamo stati. Le fondamenta di ciò che siamo oggi.
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