Nel nostro immaginario, le città tendono ad essere luoghi immutabili, ma la realtà è ben diversa: il paesaggio urbano cambia lentamente e continuamente, come le dune della spiaggia.
È naturale che sia così, perché la città è un organismo vivo, che nasce, cresce e muore, proprio come un essere umano, sebbene con scale temporali molto diverse. Purtroppo, crescendo, si perdano certe caratteristiche di un tempo: i bei riccioli del bambino, il fisico sportivo del giovane, la sicurezza dell’adulto… così come, a certi individui, può succedere che l’età conferisca un certo, nuovo, fascino.
Quando si è piccoli i cambiamenti sono più veloci ed evidenti, e questo vale anche per le città. Viareggio, città bambina, superata un’infanzia difficile, un’adolescenza ribelle e una giovinezza glamour, si avvia ora nell’età della maturità e, si spera, della ragione. Guardando le immagini della Viareggio che fu, è però inevitabile tirare le somme su quanto sia andato perso nel corso dei secoli: dalla costa selvaggia, alle vaste pinete fatate, fino alle leggiadre architetture liberty e agli antichi carrugi della Vecchia Viareggio. Tutte rughe lasciate dalle devastazioni della guerra, dalla voracità del sacco edilizio e dall’incuria umana.

Uno degli aspetti meno evidenti, e meno noti, di questo lento decadimento è la scomparsa delle tradizionali case viareggine, sostituite nella migliore delle ipotesi da anonime villette, se non proprio da antiestetici condomini, spesso tirati su con l’unica accortezza di far profitto.
Se si confrontano le immagini d’archivio con il paesaggio di attuale, la portata di questo fenomeno avvenuto gradualmente appare evidente.
Oggi questo patrimonio architettonico, non di grande pregio ma identitario per la nostra comunità, è a rischio di estinzione. È urgente preservare, e quando possibile, recuperare ciò che ne rimane, per evitare che il paesaggio urbano perda completamente uno dei suoi tratti distintivi.

Questo tipo di abitazione si sviluppò tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, epoca rampante del nascente turismo balneare cittadino.
La viareggina è la tipica casa unifamiliare terratetto, o talvolta a due piani e con scale centrali o laterali, con facciata stretta e sviluppo in profondità. Si trattava di abitazioni umili perciò la facciata, tinta a colori pastello, aveva al massimo semplici decorazioni liberty o eclettiche, senza grandi fregi. Indipendenti oppure, più frequentemente, a schiera, in molti casi si affacciano su due strade: una sul fronte e una sul retro.
La loro principale caratteristica è però la presenza di corte interna sul retro, dove si trova piccola dépendance detta “casetta in fondo all’orto“. A questa si accede sia dalla corte murata, dove si trovava anche l’orto e -un tempo- i servizi igienici, oppure direttamente dal “passetto” o “passino”: uno stretto corridoio che bypassa tutta la casa e dà su una piccola porta secondaria posta a fianco all’ingresso principale.

Questa peculiare soluzione consentiva era studiata per consentire ai proprietari di affittare casa nel periodo estivo ai villeggianti, ritirandosi nella “casetta in fondo all’orto” e di mantenere un minimo di privacy per sé e per gli ospiti.
Si trattava di un’importante fonte di reddito aggiuntivo per le famiglie viareggine, composte in gran parte da pescatori, marinai e contadini e generalmente ancora piuttosto povere.
Nel XVI secolo, le prime abitazioni del nascente borgo viareggino si sviluppavano a schiera, su pianta quadrata. Erano composte da due piani (terra e secondo) e presentavano una copertura a capanna, a due falde. Un raro esempio di questa tipologia edilizia sono le cosiddette “Casette del Cinquecento”, sopravvissute nei pressi del Ponte di Pisa.

A causa dell’arretramento della linea di costa, nel 1682, la Repubblica di Lucca affidò all’ingener Giovanni Aizzi il compito di redigere un piano regolatore del paese. Fu scelto uno sviluppo a scacchiera, lo stesso che veniva applicato diffusamente nelle nascenti colonie americane.
Nel 1820, anno in cui la duchessa Maria Luisa di Borbone-Spagna elevò Viareggio al rango di città, l’architetto Lorenzo Nottolini ricevette l’incarico di redigere un nuovo piano urbanistico.
Fu confermata la struttura a scacchiera e i terreni vennero lottizzati e ceduti gratuitamente a coloro che si fossero impegnati a costruire abitazioni basse dotate di orto coltivato con annessa rimessa agricola.

Quando, pochi anni dopo, esplose la moda del turismo balneare, le baracche degli attrezzi divennero le famose “casette in fondo all’orto”. Erano nate le case viareggine, tipologia abitativa che si diffuse poi anche in altre zone della Toscana.
Nelle guide antiche, troviamo alcune descrizioni sommarie delle abitazioni viareggine.
Nella guida Viareggio e dintorni, di Francesco Lenci, del 1911 troviamo la descrizione delle casette tradizionali affiancate dalle nuove costruzioni signorili: “le case sono quasi tutte ad un sol piano, oltre il terreno, tutte provviste di orti e giardini così che da ogni lato possono ricevere luce diretta. Da qualche anno è cominciata la costruzione di eleganti villini e grandi alberghi sul litorale…”

Pochi anni più tardi, nella Guida illustrata di Viareggio a cura del Dott. Prof. S. De Navasqués, del 1928 è descritto chiaramente il contrasto tra il borgo originario e la città in pieno sviluppo: “Viareggio si può dividere in Viareggio nuova e Viareggio vecchia seguendo lo stile delle piccole case ad un piano terreno ed un primo piano rialzato, destinato come comoda abitazione ai viareggini d’inverno, a adattabili a un parziale affitto d’estate, che è uno dei mezzi di vita della popolazione. In Viareggio nuova si è sviluppata invece la fabbricazione dei grandi sontuosi palazzi con torri e belvedere, frammischiate a villine civettuole che nella loro piccolezza, quasi abbigliate come intimi ritrovi, invitano ad una vita tranquilla e riposante. Sorgono in questa parte di recente fabbricazione i più grandiosi ed importanti alberghi…”
Oggi la maggior parte sono scomparse, mentre le poche superstiti sono ormai tramutate in abitazioni di lusso, ma la loro origine racconta una storia diversa, fatta di gente umile che ha saputo, e dovuto, inventarsi qualcosa per andare avanti.
La loro atmosfera originale è ben descritta nel romanzo Il Clandestino, di Mario Tobino: “Di tali case, così semplici e belle, che sembra mantengano il silenzioso sospiro delle mogli fedelmente in attesa, ancora ne esistono, specie nelle strade più umili e distanti dalla spiaggia.

Sono case di esile statura, di un solo piano, oltre quello terreno; la facciata è tinta di un giallo che sembra abbia un velo di rimpianto, uguale alle foglie dei platani quando stanno per cadere, ed è liscia, senza alcun rilievo, vi è solo disegnato lo stretto rettangolo della porta, tinta di un colore seppia appena stemperato, poi, a sinistra di chi guarda, la finestrella del salotto buono, protetta da una grata a larghe maglie, di solito grigia e polverosa.
Sopra, in corrispondenza del piano superiore, le due brevi finestre delle camere da letto.
Entrando dentro, oltrepassata la porta, c’è uno stretto corridoio che si apre nella grande cucina, massimo luogo della famiglia; nel mezzo c’è una tavola dove i bambini, nelle ore precedenti la cena, imparano a leggere; da un lato il focolare che serve per cuocere le vivande, per riscaldarsi e rammassare un po’ la brace da mettere nello scaldino.

Di là, sul davanti, disabitato e freddo, c’è il salotto buono, pulitissimo, umidi i mattoni del pavimento per le molte lavature, quasi che le donne abbiano preso dai mariti le abitudini di bordo. Per salire alle nude stanze superiori si monta una scala fatta di pietre più che di ordinati scalini.
Ma queste case […] ebbero una grande felicità, cioè il giardino, chiamato familiarmente “l’orto”. E questo lungo spazio dietro la casa fu, e in parte è ancora, la gioia di tutti, abbandono per i ragazzi, ristoro per le grosse faccende casalinghe, più franchi conversari con le vicine, e qualche volta, al di là dei bassi muri, scambio di messaggi amorosi. E sempre una pergola, un fico, un ciliegio, l’umido rettangolo delle insalate, richiamano la benevolenza della natura.”
Anche nel romanzo “Tra lei e me” di Giampaolo Simi vengono citate: “Un tipo di immobile […] definibile solo come una casa indipendente a un piano, massimo due, attaccata a quelle adiacenti e quindi con le finestre solo in facciata o sul retro. I fianchi erano bui per dare ombra d’estate, le opposte aperture provocavano una corrente ristoratrice, d’inverno ci si scaldava anche grazie ai vicini.“
La testimonianza materiale di queste nostre radici non deve sparire, queste piccole, tipiche casette devono essere tutelate con fermezza perché sono parte del paesaggio urbano e della nostra storia.
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