Quando ero piccolo, Viareggio d’estate era presa d’assalto da un’immensa quantità di turisti, italiani e stranieri. In certe serate afose era un’ardua impresa fare quattro passi sul molo o in Passeggiata.
D’altra parte, il legame della città con i viaggiatori è solido almeno da quando, a metà Ottocento, è diventata una rinomata località turistica.
I grandi alberghi del nostro lungomare, nella loro storia secolare, hanno ospitato all’ombra delle loro architetture lussuose ed eleganti, celebrità d’ogni sorta.
In città passarono o soggiornarono grandi nomi quali Alessandro Manzoni, che da qui scrisse diverse lettere, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, che era solito sostare con la sua nave Elettra davanti alle nostre coste, Ettore Petrolini, Enrico Pea ed Ermete Zacconi. Anche la famosa santa di Lucca, Gemma Galgani (1878-1903), nel 1902 trascorse qualche tempo insieme alla famiglia Giannini, a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute. Durante il fascismo, Mussolini era spesso in città a trovare la figlia Edda e il genero Galeazzo Ciano, che qui avevano costruito la propria villa, e Italo Balbo era solito andare a mangiare da Tito del Molo, arrivando a ridosso della sua palafitta direttamente con il suo idrovolante, simile a quelli che allora sfrecciavano sul Massaciuccoli. Si racconta che Balbo fosse solito gettare in acqua le posate d’argento, per guardare divertito i bambini e i ragazzi che si affannavano a recuperare le preziose suppellettili.
Per fare esempio, nel solo Grand Hotel Principe di Piemonte, hanno soggiornato nel corso degli anni personalità della scena internazionale, come Charles Aznavour, Walter Chiari, Fabrizio De André, Giorgio de Chirico, Marlene Dietrich, Renato Guttuso, Jerry Lewis, Sophia Loren, Guglielmo Marconi, Marcello Mastroianni, Mina, Domenico Modugno, Ettore Petrolini, Giacomo Puccini, Roberto Rossellini, Titta Ruffo, Omar Sharif, Wallis Simpson, Ornella Vanoni, Lenny Kravitz e addirittura nobili, re e presidenti, tra i quali il principe Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta, il presidente Emomalī Rahmon, il re d’Inghilterra Edoardo VIII e, in tempi molto recenti, quelli dell’Arabia Saudita Salman bin Abdulaziz.
D’altra parte, Viareggio è cosmopolita e multietnica fin dal XIX secolo, quando era frequentata da artisti internazionali come Percy Bysshe Shelley, George Gordon Byron, Moses Levy, Rainer Maria Rilke e Maria Louise Ramé (Ouida).
Gli inglesi fondarono qui una colonia, di cui faceva parte anche Sir Francis Vane, fondatore del primo gruppo italiano di scouts, con tanto di chiesa dedicata al proprio culto.
Ma non tutti sanno che la città compare in una cronaca di viaggio già a metà del XVI secolo.
Tra il 12 e il 18 settembre del 1541, l’imperatore Carlo V giunse a Viareggio via mare, salutato dai festanti colpi di cannone sparati dall’appena inaugurata Torre Matilde. Da qui si diresse a Lucca, dove incontrò l’emissario di papa Paolo III.
Nel XVI secolo, la contessa Renée du Bec-Crespin (1600-1659), meglio nota come Madame de Guébriant, la prima ambasciatrice donna di Francia annotò il suo passaggio da Viareggio.
Mentre si trovava in missione diplomatica a Varsavia, decise di accompagnare la nuova sovrana polacca, Maria Ludovica Gonzaga Nevers (1612-1667), meglio nota come Ludovica Maria, in un lungo viaggio fino a Roma, tra il 1646 e il 1647.

Attraversata dunque la Polonia, la Slesia, le terre degli Asburgo e infine la Serenissima Repubblica di Venezia, scese la penisola fino alla sua meta.
Sulla via del ritorno, la comitiva passò da Siena, quindi da Pisa, infine a Viareggio, Camaiore, Massa e Sarzana, per poi raggiungere a Genova da dove proseguire per la Francia via mare.
Il mirabile viaggio, che la rese celebre in tutte le corti europee, è oggetto di attenzione da parte degli storici, anche grazie al fatto che fu dettagliatamente raccontato in una cronaca d’epoca.

Nel 1706 il religioso e botanico francese Jean-Baptiste Labat attraversò Viareggio durante il suo lungo viaggio raccontato nel libro Voyages du P. Labat de l’Ordre des FF. Prescheurs, en Espagne et en Italie, del 1730, dandoci una descrizione di come appariva a quel tempo: «Via Regia, altrimenti detta Via Regi, villaggio di venti o trenta case, appartenente alla Repubblica di Lucca. È il solo porto di mare che ella abbia, se si può chiamare porto l’imboccatura di due piccoli corsi d’acqua che si uniscono insieme a un mezzo miglio al disopra del villaggio. Non manca in questo buco un Ufficio di Dogana con dei commessi dagli artigli adunchi e affilati, un Ufficio di Sanità e una locanda».
Il viaggiatore rimase inoltre negativamente impressionato dall’insalubrità del luogo: «Dopo aver ordinato la cena, andammo a passeggiare lungo il corso d’acqua, dove ci sono dei grandi alberi che formano una passeggiata molto piacevole per coloro che sono a prova delle punture dei pappataci che ci scacciarono ben presto dal loro domicilio. Ritornammo alla nostra locanda dove cenammo molto male e, siccome dubitavo di quel che sarebbe successo, presi una camera per me e per il mio domestico, vi feci tendere un’amaca e dopo aver bruciato della carta e della paglia per allontanare con il fumo i pappataci, mi coricai e dormii benissimo. I miei compagni di viaggio non ebbbero la stessa fortuna. I pappataci si unirono alle pulci e alle cimici, delle quali i loro letti erano pieni, e non dettero loro un momento di riposo».
Poco meno di quarant’anni anni dopo quest’impresa, nel 1744, San Leonardo da Porto Maurizio (1676-1751), al secolo Paolo Girolamo Casanova, al termine del suo lungo percorso di predicazione nell’Italia centrale e settentrionale, dopo aver completato le missioni a Lucca e Pistoia, arrivò infine a Viareggio. Da qui, ci dicono le cronache del tempo, è raggiunto da una piccola feluca salpata da La Spezia e diretta in Corsica, dove il frate santo proseguirà il suo viaggio.
L’anno seguente, nel 1745, il pittore George Christoph Martini, detto Il Sassone, racconta nel suo Viaggio in Toscana, che «nel mese di novembre, quando cominciano i primi geli e le pioggie purificano l’aria, molti cavalieri lucchesi si portavano a Viareggio per godere l’aria fresca di mare. Più spesso vi si recano nel periodo di digiuno perchè allora si pescano delicati pesci tra cui hanno particolare fama i piccoli totani che in nessun altra parte sono così deliziosi. Ma oltre al totano è ricercato il ragno, lo storione, le sogliole catturate a Viareggio sono molto saporite, mentre sono considerat ordinari la razza, le sardine e altri pesci che chiamano frittura». Della città scrive: «piccola località costituita da poche case, per lo più delle famiglie lucchesi, giace a dieci miglia dalla città sulla riva del mare. Fa le veci di porto un canale dalle rive murate che viene condotto al mare».
Ci dice anche che «il terreno intorno a Viareggio si presenta piatto e paludoso poco coltivato, perciò nei sei mesi d’estate l’aria è così poco salubre che vi restano quei pochi che proprio non hanno dove andare, e spesso vi perdono la salute e la vita».
Vent’anni dopo è un’altro britannico a vistare Viareggio: lo scrittore e medico Tobias Smollett, che nel suo libro Travels through France and Italy del 1766 descrive, in modo poco lusinghiero, la città come una «specie di porto di mare sul Tirreno e che appartiene a Lucca» aggungendo che «le strade sono poco buone e gli alloggi orribili».
Nel 1768 fu il Granduca di Toscana Pietro Leopoldo a visitare Viareggio, allora parte della Repubblica di Lucca, annotando che «è l’unico castello di tutto quel terreno e che vent’anni addietro non conteneva che sei sole case, è in oggi un grande e bel castello situato sulla spiaggia del mare all’imboccatura del fosso detto di Viareggio, il qual fosso è molto largo e conduce la maggior parte delle acque di quella campagna nel mare, come anche le acque del Lago di Massaciuccoli. […] Il castello poi è composto di quasi tutte ville dei signori lucchesi, che sono disabitate, e la popolazione non passerà li trecento abitanti. Vi sono anche vari magazzini. A Viareggio vi è la posta. Nel medesimo territorio vi sono ue altri fossi per lo scolo delle acque della campagna nel mare, i quali per essere il mare più alto, in vari tempi dell’anno e principalmente nelle maree degli equinozzi, nelle quali vi è un notevole flusso e riflusso nel mare toscano, sono muniti alla foce del mare di due pontoni fatti angolo verso la parte del mare, i quali s’aprono verso il mare dimodoché la marea essenso bassa s’aprono da sé e scolano le acque, e la medesima marea essendo alta li riserra da sé senza che nessuno vi pensi. Da Viareggio si va altre quattro miglia nel Lucchese attraversando un bosco di cerri e lecci tutto selvatico, il di cui fondo è tutto rena e paludi, senza punto abitazioni, poi si trova la lapide divisoria tra il Lucchese e la provincia di Pietrasanta».
Viareggio fu la porta d’accesso della Toscana per alcuni celebri Grand Tour del XVIII secolo. Ad esempio, Bergeret de Grancourt giunse da Genova a Viareggio nel 1773, come raccontato nel Journal inédit d’un voyage en Italie. Lo stesso fece Charles Pinot Duclos qualche anno dopo, scrivendo della nostra città, da lui definita «grazioso borgo della Repubblica di Lucca» nel suo libro Voyage en Italie, ou, considérations sur l’Italie. Scrive del suo passaggio: «Ho notato delle case piuttosto allegre dove i cittadini di Lucca vengono a trascorrere la bella stagione e, in molti luoghi, la parola libertà, che qui non è una parola vuota di significato».
Ancora più incredibile fu ciò che successe circa trent’anni dopo quando papa Pio VII, mentre veniva condotto in Francia, prigioniero di Napoleone Bonaparte, si fermò una notte nel Palazzo Belluomini.

L’edificio, costruito alla fine del Settecento all’angolo tra via Regia e via Fratti, era di proprietà della potente famiglia filogiacobina dei Belluomini, di origine lucchese. Nel corso del triste viaggio, nella notte tra il 9 ed il 10 luglio 1809, il pontefice fu sistemato in una camera della magione viareggina. Ancora una volta una cronaca di poco posteriore ce ne dà conto.
Toccherà nuovamente la città nel 1815, fuggito da Roma a causa dell’evasione di Napoleone dall’Elba e dall’occupazione della città eterna da parte di Murat, effimero ultimo balzo delle forze imperatore.

L’ultimo viaggiatore eccezionale di cui mi piace ricordare la storia è Maurits Cornelis Escher, artista tra i più noti ed influenti al mondo.
Lui, infatti, a differenza di molti altri grandi nomi dell’arte che amarono Viareggio, non si limitò solo a trascorrere del tempo in città, ma qui si legò anche nel sacro vincolo del matrimonio.

Era il 12 giugno 1924 quando Escher sposò, nella chiesa di San Paolino, Jetta Umiker, che aveva conosciuto l’anno prima nel corso del suo viaggio in Italia. Lei era una donna svizzera appassionata di pittura e figlia di un facoltoso banchiere costretto a fuggire dalla Russia in seguito alla Rivoluzione, e la scintilla tra i due era presto scoccata.
Le nozze furono celebrate sia presso la sagrestia della chiesa che il municipio della città, alla presenza della famiglia di Escher al completo, appositamente giunta dall’Olanda.
Molti dei miei concittadini ignorano che l’artista visionario fu impressionato grandemente dalle architetture liberty, specialmente dal Gran Caffè Margherita, e che queste forme ebbero una grande influenza sul suo percorso creativo.
Oggi i turisti sono un po’ meno di qualche anno fa, ma Viareggio è ancora meta di tante persone che passano da qua anche solo per un giorno. Mi piace pensare che, tra tutta questa gente, ci sia anche qualcuno che un giorno entrerà nella storia, come questi viaggiatori eccezionali.

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