Arriva Artemisia Gentileschi alla mostra “I pittori della luce”

Una donna sola in mezzo ad un mondo di soli uomini, una femminista arrabbiata in mezzo al patriarcato dilagante e opprimente, stuprata dal suo maestro e insultata per questo, principalmente dalle donne, si è battuta ogni giorno per conquistarsi un meritatissimo posto nel mondo e per darne uno in futuro anche a quelle donne che lo avessero voluto. Ha cercato di liberare la donna dalla sottomissione dell’uomo, ha cercato di dare un’idea di bellezza eterogenea, anzi molto di più: ha cercato di scardinare l’idea di bellezza perfetta e con il pennello ha chiaramente detto che dell’opinione degli uomini non gliene frega un beato arazzo.

Nel dipinto del 1620, Cleopatra, c’è tutto questo. Non è l’unica Cleopatra che dipinge, ne esistono altre due versioni, ma questa tra le tre è quella che ci colpisce di più, nel bene, ma più probabilmente nel male. Forse ci lascia proprio a bocca aperta, quasi infastiditi. Dov’è la Cleopatra dalla bellezza divina, interpretata da Liz Taylor o da Monica Bellucci? Dov’è la Cleopatra a cui nessun uomo era in grado di resistere? Dov’è qui la più grande faraone donna di tutti i tempi antichi che ha messo a stare re e imperatori? Ce la immagineremmo eroica e sensuale anche nella morte, anche perché quello di Cleopatra è un suicidio fiero ed orgoglioso.

Non c’è niente di tutto questo. È una donna sgraziata, flaccida, scomposta, non c’è niente che ci ricordi quella sensualità fisica e mentale che le viene attribuita nei documenti storici. È una donna brutta. E grazie alla mi’ nonna… l’avete mai visto qualcuno che muore essere bello? Capello fatto, trucco e parrucco? Dunque è un brutto oggettivo e reale: questo è il brutto di Caravaggio, è pura realtà nuda e cruda.

Infatti Artemisia è l’alter ego femminile proprio di Michelangelo Merisi: tutto quello che lui aveva fatto con il corpo maschile, lei lo declina al femminile.

Sfondo scuro, luce fioca esterna che illumina il braccio e mette in risalto queste forme strabordanti, corpo nudo, privo di qualsiasi grazia, un’espressione di dolorante e disilluso abbandono alla morte. Questo abbandono del volto e del corpo neanche nei soggetti più crudi di Caravaggio si trova: che l’allieva abbia superato il maestro? A mio modesto parere, in questo dipinto lo surclassa proprio e non me ne voglia Caravaggio. Raramente un nudo ha rinunciato nelle forme e nella posa ad ogni gradevolezza richiesta dall’occhio.

Questo è il manifesto di Artemisia, non psicologico, ma il manifesto della libertà del corpo: infatti questa donna è corpo non anima, è esistenza non essenza, come ci viene detto nell’audio-guida della mostra!

Qui c’è un corpo femminile che fa quello che gli pare, non sottosta a dei canoni prestabiliti, se ne frega altamente dell’armonia.

Artemisia e questa tela sprizzano femminismo da ogni pennellata: una donna che si è fatta largo in un mondo prettamente maschile che dipinge una donna che ha messo ai suoi piedi gli uomini più importanti della sua epoca e lo fa mettendo da parte la bellezza di Cleopatra, che se ne strabatte proprio di come appare, lei “c’ha da morì”, non ha il tempo di essere omologata ad una società che la vorrebbe bella, alta, magra, sensuale anche nella morte. Il suo è un dito medio alzato contro il patriarcato. Onore e gloria a te, Artemisia!

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Giada Paolini

Guida turistica pisana in terra straniera. Laureata in lingue, letterature e studi interculturali. Appassionata di gossip storico non convenzionale.

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