È davvero scarsa la documentazione che possa testimoniare la presenza del Poeta a Lucca: dalle scarsi fonti che abbiamo a nostra disposizione si può evincere che forse arrivò a Lucca verso il 1317, in una delle tante tappe del suo faticoso esilio e sembra sia entrato per la porta medievale di allora: La Porta di S. Gervaso e Protasio ma si tratta solo di pure ipotesi senza conferme.

Probabilmente si sarà recato alla Cattedrale di S. Martino gremita di tanti pellegrini che si accostavano al Volto Santo con tanta devozione e non c’è dubbio anche lui si sia avvicinato con tanta referenza e con la dovuta venerazione come era costume fare in quelle circostanze. Ma nessuna riflessione ci è pervenuta attraverso i suoi scritti. È noto che in quel tempo la città di Lucca era governata da un condottiero che conosciamo solo attraverso gli scritti assai preziosi del Sercambi, di nome Castruccio Castracani che allora aveva appena finito di far costruire la famosa Fortezza Augusta, che a quel tempo avrebbe impressionato anche il più sprovveduto dei pellegrini. Ma anche qui dobbiamo registrare una cocente “delusione”. Possibile che il Poeta sia rimasto tanto insensibile di fronte ad una costruzione tanto imponente che avrebbe affascinato anche nei suoi più sinistri significati anche l’ultimo arrivato? Non parliamo di un uomo sconosciuto anche perché le sue gesta furono più tardi decantate dal grande Machiavelli in un saggio che ancora oggi vale come documento di tutto rispetto. Sappiamo addirittura che si recò nel 1310 a Pisa a rendere omaggio, quale alfiere dei Ghibellini, al nuovo imperatore Arrigo VII, sepolto come tutti sanno all’interno della Cattedrale, più volte citato da Dante nell’Inferno, nel Purgatorio e addirittura nel Paradiso. Rimarremmo davvero delusi se cercassimo una qualche relazione fra il Poeta e il temerario Signore di Lucca che fece tremare la stessa Firenze con la sua tracotante forza di comando e sete di dominio.

Conosciamo però la sua opinione sui lucchesi grazie al Canto XXI dell’Inferno in cui Dante definisce con virulento sarcasmo il ruolo avuto dai lucchesi nella baratteria, lo stesso capo di accusa rivolto nei suoi confronti 15 anni prima.

Nei versi 37-46 parla di un diavolo che grida dall’alto: ”O Malebranche (riferito agli uncini del diavolo) ecco uno degli Anziani di S. Zita. Cacciatelo sotto la pece, io torno di nuovo” e a proposito della Baratteria fa capire che Lucca “è ben fornita di questa merce! Là sono tutti barattieri, eccetto Bonturo, … là dove per denaro si cambia in sì quello che è no”. Un affondo davvero spietato verso i lucchesi in genere.

La scena diventa ancora più turbolente e truce quando nel verso 46 il “disgraziato peccatore viene immerso con un tonfo nella pece bollente e che poi regolarmente riemerge a galla tutto imbrattato e in un incalzare di eventi che non danno scampo al malcapitato i diavoli gridano sbraitando: ”Ei caro, qui non c’è l’ostensione del Volto Santo“, insomma fa capire che la più prestigiosa reliquia della città venerata da Pellegrini e e prelati non potrà salvarlo dalla tremenda condizione in cui si trova.

Anzi il diavolo, accanendosi sempre di più sul dannato gli fa intendere che ”Qui si nuota diversamente che nel Serchio e sta’ attento a mostrare il tuo volto fuori dalla pece perché assaggerai i nostri artigli”.

Dante traccia un quadro davvero desolante e terrificante di tutti quelli che a Lucca si sono macchiati di baratteria e l’uomo di cui si parla sembra essere Alessio Interminelli, nobile lucchese di parte bianca.

Però se si va a leggere il Canto XXIV del Purgatorio dove nella cornice dei golosi il Poeta riconosce il suo grande amico Forese Donati il quale gli indica un lucchese di nome Bonagiunta Orbicciani, stilnovista che sembra essere vissuto fra il 1220 e il 1290, quindi molto prima della nascita del poeta fiorentino, molte cose cambiano. E Dante si rivolge a lui con grande rispetto dicendo ”O anima che sembri così desiderosa di parlare con me fa in modo che io ti intenda ed entrambi saremo soddisfatti”. Seguitando a parlare nel verso 43 fa capire che a Lucca “è nata una donna che ti farà apprezzare Lucca nonostante tutto il male che si dica e grazie a questa donna Dante cambierà, forse, opinione su Lucca: ”Egli mormorava e non so che “Gentucca” sentivo dire sulle sue labbra“. Versi davvero molto controversi che non fanno chiarezza sul suo rapporto coi lucchesi e nemmeno spiegano come e perché una lucchese debba aver dato rifugio al Poeta. Pero’ a molti piace pensare che l’avesse incontrata proprio al ”Canto d’arco” , ovvero all’incrocio della attuale via Roma, via S. Croce, via del Fillungo e via Cenami e che avesse un nome proprio: Gentucca Morla, ma qui fantasia e realtà si incontrano e si scontrano e non sapremo mai come le cose siano davvero andate, e a molti piace pensare a una storia d’amore fra i due, ma questa è davvero “Alta Fantasia che non può rispondere alla cruda realtà.

Sappiamo che da buon pellegrino si recò alla chiesa di S. Frediano e con infinita devozione e commozione si sia inginocchiato di fronte alla reliquia del corpo imbalsamato di Santa Zita e ci piace pensare che abbia pregato anche per tutti quelli che lui ingiustamente condanna ad atroci tormenti per crimini forse mai da loro commessi. E quando saremo a Lucca non sarà importante sapere se fosse entrato per la Porta di Borgo o per quella di S. Gervaso o se effettivamente incontrò i Gentucca o se avesse avuto una fugace storia d’amore. L’importante è conservare la memoria della sua presenza e che abbia lasciato un segno profondo nella coscienza di tutti i lucchesi di ieri e oggi, sperando che seguitino ad amarlo come non hanno fatto purtroppo i suoi concittadini che lo hanno relegato per sempre ad un esilio che è e sarà per tutti il suo vero ”eterno tormento“.

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Sergio Puglisi

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