Lucca è una delle città medievali più belle e meglio conservate, in parte perchè ha saputo mantenere intatta la sua anima storica e culturale. E’ un piccolo gioiello di dimensioni umane, fonte di continue sorprese storiche, architettoniche, artistiche e naturali. E come un testimone felice del proprio passato, essa racconta la sua storia, di regni e domini, di principi, principesse e musicisti come quella del suo figlio più noto, Giacomo Puccini. Tra i tanti fatti storici che hanno reso Lucca protagonista, abbiamo un episodio che viene raccontato attraverso le parole di Giosuè Carducci in “Faida di Comune”. Faida di Comune narra in effetti una curiosa vendetta fra due eterne e proverbiali nemiche. Vendetta che i pisani compiono contro i lucchesi nel 1313. Carducci rievoca i luoghi, le armi e le persone di una lotta comunale feroce, in cui si mescolano realtà e invenzione. Secondo quanto riferisce la Cronaca di Pisa, gli ambasciatori pisani si incontrarono con quelli lucchesi per trattative di pace, dopo una guerra che durava da più di un ventennio, a Quosa, in Val di Serchio. E proprio con l’incontro di Quosa comincia Faida di Comune:

Manda a Cuosa in val di Serchio,
Pisa manda ambasciatori:
del comun di Santa Zita
ivi aspettano i signori.

Carducci rievoca l’evento raccontandolo al presente con la descrizione del corteo dei rappresentanti lucchesi che venivano capeggiati da Dati Bonturo: mercante e politico che fu coinvolto nelle vicende politiche della sua città, ma è soprattutto famoso per essere stato etichettato da Dante come barattiere, cioè accusato di trarre guadagni illeciti da un incarico pubblico. Mentre i pisani erano capeggiati da Banduccio di Buonconte, reduce dalla terribile rotta della Meloria, il quale pone come condizione di pace la restituzione dei castelli di Buti, Avane, Asciano. Ma Bonturo, mentre dice di essere disposto a rendere Buti ed Avane, non vuole cedere Asciano, e accompagna il rifiuto ricordando come, al momento della conquista di quel castello, nel 1287, i lucchesi avessero collocato sulle torri, a dispetto dei pisani, quattro specchi in modo tale che le donne pisane si potessero “vagheggiare”.

Quando a voi lo conquistammo,
su le torri del castello
quattro specchi ci murammo,
a ciò che le vostre donne,
quando uscite a dameggiare,
ne gli specchi dei lucchesi
le si possan vagheggiare.

I lucchesi che erano presenti a ciò che disse Bonturo scoppiarono in una grossa risata. Questo provocò l’ira dei pisani che erano stati presi in giro due volte da Dati: la prima volta perché ricordava loro della sconfitta che avevano subito e la seconda volta perché venivano accusati di essere più adatti a corteggiare le donne che amano ‘vagheggiarsi’ negli specchi, piuttosto che pensare a combattere. La faida dei pisani consisterà nell’assalire la città di Lucca e nel porre davanti alle mura due enormi tronchi d’alberi con sopra “due grandissimi specchi”, nonché in un ironico saluto a Bonturo, cattivo consigliere dei lucchesi, nella quale vi era un’iscrizione fatta con il sangue che recitava:

Manda a te, Bonturo Dati,
che i Lucchesi hai consigliati,
da la porta a San Friano
questo saluto il popolo pisano.

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Carla Ciervo

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