Lucca

Il racconto che segue è un divulgare dell’apparente ritorno alla normalità: frequento Lucca come luogo di relax e cultura sin da quando ne ho memoria; per i miei genitori portarmi all’interno dei vicoli e delle strade lucchesi era come pormi davanti ad una lezione di vita, su come anche quella città, che appariva dall’esterno cupa e triste negli occhi di un ragazzino, poteva diventare forviera di sorprese e luoghi che ne avrebbe giovato il mio carattere da adulto.

Ho passato le varie fasi della giovinezza passando per quelle strade, ritrovandomi sempre a calcare i luoghi più importanti lucchesi sempre con una visione differente, dettata dalle esigenze di scopritore, e tempo dopo da divulgatore della città.

Sarebbe però ingiusto perdere quel gusto, quella meraviglia che si pone davanti a me da anni per Lucca, toccata anch’essa dal dolore e dall’incubo di un esigenza di quiete e silenzio imposta dalla gravità dei tempi odierni, elementi e azioni che ormai svogliamo da mesi per difenderci ma sopratutto difendere un modo di vivere nostrano per i tempi futuri.

Ecco allora che la prima immersione in città dopo mesi di oscurità, chiusura e paura sembra come se fosse la prima, lasciando la mia moto in quel grande parcheggio nei paraggi del complesso di San Francesco, noto mestamente l’assenza di quel infinito viavai di automobili, e un grande silenzio lo ha sostituito; la prima via in superficie che si ritrova è impermeata di una tranquillità che al primo ascolto assomiglia ad una amica tanto attesa, oggi è il simbolo di un futuro incerto, dove il fiume di turisti, cittadini, viaggiatori e altri umani di diverse categorie sembrano lontani amici da rincontrare.

La Torre Guinigi la si trova chiusa, tappezzata di nuovi cartelli cartacei bianchi che ne esplicitano le nuove regole, gli orari e le misure di visita, un tempo solo per indicare una piccola regola sarebbero servite molto di più di un bianco foglio, e le botteghe vicine ad essa espongono solamente ora una mera e spoglia saracinesca, in attesa di tornare ad aprire in un contesto più simile ai tempi del grande signore Guinigi, piuttosto che ad una città “sopravvissuta” al male invisibile.

Il Fillungo lo si ritrova abbastanza popoloso, ma indicativamente ricordo ancora quei momenti di ingorgo dove per passare da un angolo all’altro la misura di distanza tra le varie persone poteva essere misurato con cifre inverosimili, quasi il contatto fisico fosse d’obbligo per avanzare; adesso si premia lo zig zag nel camminare, lo sguardo prima attaccato alle vetrine o al telefonino, incurante di ciò che ci circondava, ora è così fermo e netto nel marcare il metro di distanza, che mi fa apparire la Ilaria del Carretto non più cosi fredda e spenta, ma piena di emozioni positive.

Piazza Napoleone e la zona dell’antico Foro, i centri nevralgici della vita lucchese, sono così aperti che si scrutano al millimetro ogni angolo, ogni misura perfetta che dimostra l’evoluzione della città, passata attraverso le fasi della storia, tra guerre,malattie, carestie, splendore e felicità: oramai la statua che commemora Giacomo Puccini si sente sola e frastornata, abituata al suono soave del flusso di turisti, dagli strumenti quotidiani dei suoi vicini, dalle voci e dagli schiamazzi dei bambini che si fermano curiosi ad incrociare lo sguardo di quel distinto signore di metallo.

Forse avrebbe adorato quel silenzio per poter esprimere al meglio le sue melodie e testare le sue composizione nella migliore delle comodità, ma in verità quel fiume di gente, a volte estroso e potente, che distrae dal godersi un’area così curiosa della città, sono da decenni il suo piccolo concerto quotidiano, a cui non può mancare.

Tra il Duomo silente nel suo raccontare il pacifico ascolto dei piccoli suoni che ne compongono la sua mistica, i giardini colorati ma ansiosi delle centinaia di immagini che ne catturano la bellezza di palazzo Pfanner, San Frediano che risplendere attraverso il suo mosaico per i pochi avventurosi che le giungono appresso, diventa sospetto anche ascoltare vivamente il rumore che circonda il passante all’interno di un Anfiteatro particolare e sconosciuto anche nel suo silenzio.

Non rimane che passare come solito alle mura, ed è difficile da ritrovarle da luogo di ammirazione dell’universo lucchese, e che invece oggigiorno può solo permetterci di inspirare a malincuore l’aria e assorbire in solitudine la luce del sole estivo; alcuni bambini e varie famiglie riempono i vuoti di quella sensazione, e ridanno speranza che la gente di Lucca, e sopratutto gli amanti di questa città e della provincia che la circonda, possano tornare a pulsare quel sangue che necessita ogni luogo, ogni attività, ogni lavoratore che compongono un tessuto cittadino impaurito da molteplici istanze, ma che aspettano anche un singolo segno di vicinanza per ritrovare l’energia che da piccolo la mia famiglia mi ha tramandato come piacere esclusivo da godersi in Lucca.

La città dorme, la gente a fatica si risveglia, la luce torna nelle vie e negli scorci più riconosciuti, basta lasciarsi catturare ancora una volta dalla bellezza lucchese e presto potremmo ricordare questo momento come l’ennesimo capitolo di una storia cittadina particolare.

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Gianluca Rossi

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