Una mano che urla

Con le mani sbucci
Le cipolle
Me le sento addosso
Sulla pelle

[…]
Con le mani tu puoi
Dire di sì

Far provare nuove sensazioni
Farti trasportare dalle emozioni

Quello che Zucchero canta nel 1987, Pietro Paolini lo ha messo in atto oltre tre secoli prima, nel 1633, quando dipingeIl martirio di San Bartolomeo. Ora, se Bartolomeo con le mani sbucciasse o meno le cipolle, noi non lo possiamo certo sapere, avrà avuto cose più sante da fare, come sgranare il rosario o pregare; di sicuro però con le mani il San Bartolomeo di Pietro Paolini ci può far provare nuove sensazioni, certamente poi riesce a farci trasportare dalle emozioni.

La tela in questione è di una violenza pazzesca e molto dinamica, così come lo è la luce che si abbatte sulla schiena di uno degli aguzzini.

È chiaro, guardando quest’opera, come Pietro Paolini abbia studiato a tutto tondo Caravaggio. Per chi visita la mostra “I pittori della luce” è immediato fare un confronto con Il cavadentie quella mano che fa di tutto per uscire dalla tela.

Ne il cavadenti la mano è il centro di tutto, si prende prepotentemente tutta l’attenzione e la scena. Illuminata dalla luce, ci fa capire il dolore di quel povero ragazzo a cui stanno appunto cavando un dente.

La mano che dipinge il Paolini è inizialmente un pochino più in sordina, non così fortemente illuminata come quella del Caravaggio, ma nel momento in cui la si nota, arriva dritta allo stomaco, è come un pugno che toglie il respiro. È una mano che sembra in 3D: quelle dita sfondano la tela, escono, si fanno spazio, cercano di raggiungerci. Quella mano urla! Urla tutta la violenza dell’azione, urla tutta la paura che San Bartolomeo sta provando, urla tutto il suo dolore, urla affinché la ascoltiamo e possiamo fare qualcosa. Ma siamo inermi e atterriti e impotenti davanti a quella mano, noi non possiamo effettivamente fare niente di fronte agli aguzzini che stanno scuoiando vivo il santo. Ed il bimbo vestito di rosso che ci guarda, ce lo ricorda costantemente.

Bartolomeo è in questo istante un santo che di santo in realtà non ha praticamente nulla. Siamo abituati a vedere uomini o donne che accettano quasi di buon grado il momento del martirio, molto spesso lo fanno stoicamente, perché sono pronti a morire per i loro ideali e perché sanno che la ricompensa arriverà nel regno dei cieli. Qui invece di stoico non c’è niente, quella mano si aggrappa a noi spettatori e ci ancora ad una dimensione terrena: abbiamo infatti un uomo con gli occhi lucidi, un uomo terrorizzato che sa cosa lo aspetta. Esattamente come insegna Caravaggio ne il Seppellimento di Santa Lucia, prima della santità c’è l’umanità e Pietro Paolini questa umanità l’ha messa magistralmente sulla tela.

Vi aspetto per visitare insieme questa mostra straordinaria.

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Giada Paolini

Guida turistica pisana in terra straniera. Laureata in lingue, letterature e studi interculturali. Appassionata di gossip storico non convenzionale.