C’era una volta…
…un tizio al bar che noi ragazzi chiamavamo “Bignè” in quanto da ragazzo aveva fatto il pasticcere.
A dirla tutta come si chiamasse realmente non lo ricordo affatto, ma noi ragazzotti lo avevamo appellato con quel nome tanto per capirsi tra noi e credo che egli non abbia mai appreso del nomignolo assegnatogli.

A vederlo era piccolo, rotondo e piuttosto “chiattino” della stessa fisicità del Chiattino che fu oste a Guamo quando ancora c’era un bar in San Quirico cioè prima della seconda guerra.

Quale sia stata poi la sorte di costui non mi è dato saperlo anche perché purtroppo da lì a poco il Bar dei Commerci, dove lo o
Incontravamo, chiuse e noi, con gran dispiacere per il bravuomo barista Tristano, dovemmo cambiar giri.

Praticamente in questo locale andavamo spesso per ber la BIADINA, un liquore lucchese famoso nel mondo, fatto di china ed erbe e servito coi pinoli per smorzarne il gusto amarognolo.

È risaputo a Lucca che, tale elisir, fu inventato da Tista, un bottegaio di piazza San Michele in foro, che intendeva così “governare”, ossia ristorare, il cavallo con la biada e il viandante-cavaliere con la liquore “biadina”.

Il signor Bignè stazionava il più delle volte da Tristano, amava discutere con tutti e il suo argomento preferito era il cibo.

E per cibo egli intendeva soprattutto i dolci che, a suo dire, primeggiavano sugli altri alimenti e pietanze tra cui quelli tipici della nostra golosa città che sono i tortelli, la zuppa alla frantoiana con il cavolo nero e l’olio del Compitese, il brodo di ranocchie dell’Ozzeri, il taglierino coi fagioli di San Ginese, la frittata di germogli “loppori”, il coniglio in umido con le olive, il gran bollito di groppa di manzo e tutte le altre prelibatezze, recensite nei vari libri di cucina, che offre la nostra amata terra.

Ora, avendo il nostro Bignè lavorato all’estero, egli usava spesso sostenere che il “dolce”, nel cerimoniale che è il pranzo, dovesse venir servito prima del “salato” affinché si potesse poi maggiormente apprezzare il gusto di quest’ultimo.

“Io lai!” -Rispondevamo noi.

Come si potesse commettere una simile blasfemia poteva capirlo soltanto lui, ad ogni modo, in quanto a arte culinaria era un vero intenditore poiché sapeva ghermire, al semplice assaggio, i segreti che le donne custodivano e tramandavano gelosamente nelle famiglie.

Poteva parlare per ore di torte coi becchi di amaretti, cioccolato o “erbi” di campo, di trecce coperte di glassa e ripiene di fichi, noci, canditi o goccioline al cioccolato, delle torte al semolino che cuociono a Camaiore per la festa di Ognissanti, dei “necci” alla ricotta e, soprattutto, del BUCCELLATO.

A suo dire il buccellato aveva un’anima, come due energie, una bianca e una nera, una yin ed una yan, una maschile ed una femminile, una pacifica e l’altra belligerante; a riprova, per suo dire, i forni tutti, ne producevano di fatti a ciambella (quelli femmina) e di fatti “a bischero” cioè lunghi (quelli maschio).

Secondo la sua stramba logica ve n’erano di più o meno zuccherati così come la vita dell’uomo che talvolta è amara; al tempo stesso possono esser sia poveri che ricchi. Beninteso il Buccellato altro non è che un pane con un po’ d’ uva passa e semi d’anice, ma si può considerare ricco, su un desco, se non vi è altro da mangiare!

Il Buccellato poi è un “evergreen” poiché si mangia un po’ in ogni periodo dell’anno benché per tradizione si gusti soprattutto per la processione di Santa Croce e per il Palio della Balestra…; ha origini assai antiche dal “Buccellatum” la Buccella di pane che i romani trasportavano “indossandola” al braccio e che veniva acquistata alla domenica dopo la messa.

Da notare che era fatto a ciambella, cioè femmina, in quanto al tempo comandavano gli uomini in famiglia…

Una ricetta proposta da Bignè col il Buccellato (trascrizione da una registrazione audio-video di un programma TV dell’epoca)

 

“Se ti credi diagrasziato perché ir buccellato s’è seccato com’un baccalà et è duro schiavellito come un giovon, prov’ a passallo sur foo. Ha da fa’ la grostina solo fòri e drento resta’ dorco.
Così ci puoi sparma’ il buro e po’ mettici un’aringa affumiata speszettata.
Va servito s’una foglia di fio’ per esartanni ir gusto e si pòle abbinà a un chiodino come aperitivo.
S’un ti piace l’aringa e ir salacchino ci pòi sparmà la marmellata di cipolle o la bottarga di muggine di Bocca di Serchio!
Po’ arangiti e fa’ come ti pare…”

de Il Lustro – Racconto in vernacolo su www.justinlucca.it

The following two tabs change content below.

Ultimi post di Lustro Da Lucca (vedi tutti)

Ti è piaciuto questo contenuto? Condividilo con tutti!

2 Comments

  1. Mariella Trolese

    Bravo Lustro sempre interessante quello che scrivi. Tista forse era un diminuitivo di Battista, ma a me la Biadina non è mai piaciuta, nemmeno coi pinoli. La nonna lucchese il buccellato rigorosamente tondo lo tostava e anche lo passava nell’uovo sbattuto col szuccaro e rumme e poi lo friggeva, un dolce che forse l’amico tuo “bignè” non conosceva, Se li mangino all’estero i dolci come antipasto…. Il dolce è il trionfo di un pranzo, una cena o una qualsivoglia festa. Sempre la nonna lucchese (acquisita), prima di pranzo, voleva sempre una scodella di brodo, anche di dado andava bene. perchè diceva “abbracciava lo stomaco (stombao) e poi potevi mangiare cosa ti pare Mi dilungo e ti racconto: Le lasciai il bimbo sul seggiolone con la minestrina per scendere dal postino con cui mi fermai a chiacchierare, Dopo un pò gridava : vien su. vien su,sta ll’i a discore, er bimbin ha tiro giù dallo scrannon la scodella, .io fottuto, core a dagni mangià…..

  2. Dario Lustro

    Grazie Mariella, i tuoi commenti sono sempre interessanti e ricchi di passione!

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>