Chi attaversa di fretta ogni giorno la Piazza di San Michele in Foro nemmeno degna uno sguardo al monumento che si trova al centro della piazza, dove si erge una maestosa statua dedicata a un personaggio che ha fatto la storia di Lucca: vediamo un uomo assorto nei suoi pensieri che sembrano indicarci la spada che tiene orgogliosamente in mano. Non c’è dubbio che voglia dirci qualcosa su di lui e delle sue imprese. Si tratta di Francesco Burlamacchi, un uomo nel quale mai si spense il desiderio di vedere una Toscana proiettata nel futuro, libera, unita e repubblicana.
Capita assai raramente che qualcuno si fermi e la osservi con la dovuta attenzione, leggendo magari superficialmente l’epigrafe sottostante che ci narra la storia di un uomo eccezionale caduto però da tempo nell’oblio, ma che nella sua fiera postura vuole raccontarci qualcosa, ci vuole tramandare un messaggio profondo e valido anche per le nuove generazioni. E non è un caso che l’iscrizione ci trasmetta una idea di grande attualità: si può interpretare come un uomo coraggioso, impavido, quasi protorisorgimentale, un uomo che aspirava alla libertà della sua città, come fecero più tardi nei secoli ad avvenire molti altri che si immolarono per l’Unità del nostro paese durante le guerre risorgimentali.
Dopo la proclamazione del Regno d’Italia, il 17 marzo del 1861, Lucca manifestava il bisogno di creare nuovi eroi e paladini della libertà per affermare una propria identità nel processo unitario che andava a delinearsi per non rimanere assolutamenre essere esclusa dal Pantheon degli eroi che la crearono. Sappiamo dalla documentazioni del tempo che la collocazione della statua incontrò le ostilità e la resistenza di molti conservatori e clericali dell’epoca, che non volevano affiancare la figura del grande Gonfalonieri della Giustizia della Lucca del ‘500 ai grandi eroi del nostro Risorgimento.
Come tutti sanno la realizzazione della statua fu affidata allo scultore Ulisse Cambi della stessa scuola gloriosa di Giovanni Douprè, i quali lo considerarono un fulgido esempio di chi ostinatamente voleva combattere ogni forma di tirannia, e anelasse ad un forma di governo repubblicano. Avrebbe potuto essere un esempio antelitteram della Repubblica romana del 1849 voluta con determinazione da Garibaldi e Mazzini: un progetto per un paese laico, liberale e democratico.
Non sappiamo con certezza quanto fosse grande la sua avversione verso la Chiesa del tempo e né conosciamo le sue relazioni con l’alto clero di allora e sicuramente oggi egli stesso non avrebbe gradito di vedere nella facciata della Chiesa di San Michele scolpito il ritratto in marmo proprio dell’uomo che osteggiò con ogni mezzo, anche i più brutali, l’unificazione del nostro Paese. Parliamo di Pio IX che represse nel sangue ogni velleità risorgimentale e non disdegno’ di chiamare le armate delle potenze straniere dell’epoca per annichilire ogni desiderio di indipendenza e di idea repubblicana . Lo Stato che Pio IX voleva testardamente conservare era ormai da tempo un retaggio puramente medievale e anacronistico che nessuno più voleva.
È davvero difficile mettere a confronto due epoche così distanti nello spazio e nel tempo, e anche se potrebbe sembrare una forzatura storica, è doveroso porsi la domanda: aveva sufficienti ragioni per credere in un progetto tanto avventato?
Burlamacchi fu anche un grande commerciante e non estraneo alle relazioni economiche internazionali e sappiamo che viaggiò moltissimo in Francia, dove diffuse l’amore per le stoffe lucchesi e per la seta, vero marchio di successo della città, contribuendo a far arricchire tutte le grandi famiglie lucchesi, compresi gli Arnolfini. Dopo la sua avventura nei commerci con animo e corpo si gettò nella politica e quando divenne Gonfaloniere volle dare un ruolo a Lucca non secondario nella geo-politica così complessa della prima metà del ‘500. Ciò che rendeva Lucca una città-stato diversa dalle altre era proprio il desiderio di essere essa stessa custode di leggi civili e istituzioni di cui solo essa era l’unica incarnazione, tanto da renderla tanto distante dalla politica di Cosimo I de’ Medici, uomo sempre più legato al destino della Spagna di Carlo V. Egli lottò con tutte le sue forze e energie per convincere i suoi concittadini che queste due visioni dello Stato erano diametralmente opposte. La parola “Libertas” che emerge dalla Porta di San Pietro non era una parola effimera, vuota di significato, ma piena di un contenuto profondo e di un valore civico per tutti i suoi abitanti. Formare uno Stato confederale al centro dells Toscana avrebbe voluto significare spezzare per sempre lo strapotere dei Medici in Toscana e all’allontanamento defintivo di gran parte d’Italia centrale dalla nefasta influenza della potentissima Spagna.
In questo senso fu “visionario” come 10 anni prima lo era stato Francesco Ferruccio, quando nel 1530 cadde alla Gavinana per difendere la Repubblica fiorentina nella illusione di poter fondare una Repubblica libera, unitaria e non soggetta alle influenze straniere. Progetto troppo anzi tempo , ma qualche volta solo l’utopia unita a un pizzico di follia può gettare il seme per qualcosa di nuovo che può realizzarsi solo nel futuro anche lontano.
È anche vero che il martirio di Francesco Ferrucci ha oscurato la fama per secoli di tanti altri che anelavano agli stessi principi di libertà e indipendenza. Se pensiamo che quando cantiamo l’Inno degli Italiani di Mameli e intoniamo le parole del poeta: ”Ogn’uomo di Ferruccio ha il core, ha la mano “, nessuno pensa che a fianco del grande fiorentino sarebbe bello intonare il nome del grande figlio di Lucca. Entrambi animati dagli stessi ideali di libertà, con la differenza che mai nessuno ha osato menzionare il suo nome: nessun poeta o musicista ha pensato di declamare le sue lodi. Solo un” freddo monumento” di marmo ce lo vuole ricordare nelle sue arcane intenzioni che fuoriescono dai suoi occhi meditabondi.
Purtroppo molti cronisti dell’epoca, trattasi dei suoi detrattori per lo più maldicevoli, lo hanno dipinto come un cospiratore e traditore, degno di essere consegnato addirittura nelle mani di CarloV, per essere poi proditariamente decapitato a Milano per aver turbato” l’ordine pubblico e la pace “imposto dall’imperatore spagnolo: egli riuscì a garantire con i suoi eserciti una falsa pace, e questo lo capirono i romani quando brutalmente saccheggiarono la città Eterna. Una pace illusoria fondata sul terrore dei vinti”.
Comunque la si pensi, quest’uomo merita gli stessi riconoscimenti che ha avuto Francesco Ferrucci e la stessa cosa pensò fortunatamente il nuovo Governo della Toscana quando deliberò poco dopo la proclamazione del Regno d’Italia di erigere un monumento a lui dedicato.
Ed è bello sapere che anche il grande Giosuè Carducci abbia immortalato la sua figura nell’ode “Alla croce di Savoia” con queste parole: “Condannato a morte, ma mai vinto”. Sono pochi versi ma che dicono tanto su un personaggio che non si è mai piegato alla tirannia e alle prepotenze di chi vuole imporre il proprio volere contro i desideri e le aspirazioni di popoli :questi dovranno aspettare fino al 1848 per insorgere contri chi reprimeva con la forza ogni aspirazione verso la libertà e l’indipendenza. Onorare questa statua significa per tutti i lucchesi del passato e del presente che prima o poi le tirannie sono destinate a scomparire dalle pagine della Storia, se questo progetto è fortemente desiderato nella mente e nel cuore dei popoli.
Sergio Puglisi
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