Nella Sagrestia del Duomo di San Martino è visibile il Monumento funebre che la leggenda attribuisce a Ilaria del Carretto, seconda moglie di Paolo Guinigi, morta l’8 dicembre 1405.

Figlia di Carlo del Carretto, Marchese di Savona e Signore di Finale, nacque in terra ligure nel 1379. Carlo del Carretto come tutta la sua famiglia, fu un fiero nemico della Repubblica di Genova, che cercava di impossessarsi della Liguria occidentale.

Da più di cento anni Lucca aveva rapporti d’affari con Savona soprattutto per il commercio delle stoffe pregiate e le sete tessute dai mille telai lucchesi.
Il 26 gennaio 1403 Ilaria del Carretto con il suo seguito nuziale, si mise alla volta della Toscana e dopo otto giorni arrivò a Lucca.

Il 2 febbraio 1403, il giorno della purificazione, fu accolta da Paolo Guinigi a ponte san Pietro, a quattro chilometri dalla città turrita, con un lungo e sontuoso corteo. Il 3 febbraio del 1403 a San Romano si celebrarono le nozze tra Ilaria del Carretto, ventiquattro anni, e il Magnifico Signore di Lucca di circa trenta.
Dopo tre giorni gli sposi partirono per un viaggio nei territori del contado, in Garfagnana, Versilia fino a Pietrasanta. Rientrarono a Lucca alla vigilia di Natale del 1403.

Il 24 settembre del 1404, nove mesi dopo il suo rientro nella città turrita, Ilaria partorì il primo figlio, Ladislao, che ebbe il nome del suo padrino, il re di Napoli.

Alla fine del mese di novembre del 1405 nacque il secondo figlio, una bambina, Ilaria Minor ma sua madre, Ilaria Maior, morì l’8 dicembre successivo forse per setticemia dovuta al parto.

Ilaria Minor, causa incolpevole della morte della madre, pare scomparsa dalle cronache e dalle carte ufficiali.
Ma, come compete al destino femminile, è menzionata soltanto nell’atto del suo matrimonio: andò sposa al fratello del Doge di Genova, non aveva ancora compiuto quindici anni mentre lo sposo era già vedovo.

Ilaria morì assistita dal medico delle corti, Ugolino da Montecatini che aveva appena scoperto il miracoloso effetto delle acque che lo resero famoso e con esse tentò di curare anche il mal di ventre che faceva urlare la povera puerpera.

Tutt’oggi Ilaria del Carretto è conosciuta dalla sua immagine di marmo avvolta da misteri e diventata una sacra rappresentazione.
L’opera sarebbe stata eseguita a partire dal 1406 dallo scultore senese Jacopo della Quercia (1374 circa-1438).

In origine l’opera era collocata nel transetto meridionale della cattedrale presso un altare patronato della famiglia Guinigi (altare di San Biagio e San Giovanni), dove ora si trova un confessionale, tra il Monumento funebre di Domenico Bertini (opera di Matteo Civitali) e il pilastro angolare.
A poca distanza dal muro è tuttora visibile una striscia di pavimento con pietre strette e lunghe che contrasta col resto della pavimentazione: è un frammento del piano di posa predisposto da Jacopo per collocarvi il monumento di Ilaria.

Nel 1430, alla caduta della Signoria dei Guinigi, il monumento sarebbe stato spogliato di tutte quelle parti che rendevano possibile il riferimento al tiranno, quali la lastra con lo stemma, poi recuperata, e un’iscrizione commemorativa, andata perduta.
L’opera raggiunse la collocazione attuale nel 1887 dopo aver subito vari spostamenti all’interno della chiesa.

Ilaria giace distesa su di un basamento decorato da putti e festoni, di ispirazione classica, con la testa poggiata su di un cuscino. Ha gli occhi chiusi e sembra essere ritratta nel sonno. La veste è raffinata ed elegante, con una foggia particolare, ricorda l’abito delle donne nobile della Borgogna. Ai suoi piedi è raffigurato un cane, simbolo della fedeltà coniugale.

Una bella favola diventata realtà.
L’opera è frutto dello straordinario incontro tra il gusto tardo-gotico di ascendenza francese, che si manifesta nel panneggio a pieghe sottili e parallele, con il sorgente gusto rinascimentale di ascendenza fiorentina rivelato dal dolce modellato della figura e del volto.

Il celebro storico dell’arte Roberto Longhi (morto nel 1970) ha perfettamente definito l’opera: «un pezzo gotico posto per artificio antiquario sopra un pezzo classico». Malgrado questo avviso, la «tomba» di Ilaria è diventata grazie a Giorgio Vasari e diversi Lucchesi, uno dei massimi capolavori della scultura quattrocentesca.

In realtà l’opera ha una storia molto travagliata, non ci sono certezze su l’identità della sposa di Guinigi per cui è stata fatta, nemmeno se è stata commissionata da Paolo Guinigi.

Il Vasari, 130 anni quasi dopo la morte di Paolo Guinigi parla nelle «Vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti» di Iacopo della Quercia:

«a Paolo Guinigi fece per la moglie che poco innanzi era morta, nella chiesa di San Martino una sepoltura….//… La qual cassa, partito o piuttosto cacciato che fu Paolo l’anno 1429 di Lucca, e che la città rimase libera, fu levata di quel luogo, e per l’odio che alla memoria del Guinigi portavano i lucchesi, quasi del tutto rovinata.»

Da queste righe è nata e si è mantenuta la leggenda della tomba di Ilaria del Carretto.
Ma sepoltura non è perché è vuota (è un cenotafio) sappiamo oggi che Ilaria è stata seppellita nella cappella di famiglia dei Guinigi nel convento San Francesco.

Come lo spiega la storica dell’arte Annamaria Giusti, «certo che il cessato dominio guinigiano non suscitò reazioni violente…//…i numerosi esponenti della consorteria Guinigi…//…proseguirono indisturbati la loro permanenza in città.»

Per lungo tempo, la cassa senza stemma nè segni di riconoscimento fu appoggiata contro un muro nel duomo, e aveva dunque tre lati. Poi si riscoprì un lato lungo che era stato venduto al Bargello a Firenze nel 1828, e infine appare quasi miracolosamente il pezzo della testata con lo stemma Guinigi-Del Carretto, dichiarato originale dai lucchesi e siamo già nel 1911.

Ma ormai la leggenda è consolidata e ogni anno vengono del mondo intero i turisti che vogliono vedere la famosa tomba di Ilaria del Carretto, moglie di Paolo Guinigi e opera del grande Jacopo della Quercia.

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Capitato a Barga dopo una vita piena passata fra Marsiglia e Parigi, ho masticato libri, monumenti e opere d’arte con passione e piacere. Punto di arrivo e di partenza, per me il lavoro di guida turistica mi permette di mettere insieme le cose che mi fanno stare bene. Mi relaziono con gente da qualsiasi parte della pianeta, a patto che parlino francese o italiano. Collego la storia, l’archeologia o l’arte col territorio, senza dimenticare l’enogastronomia e la cultura italiana.
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