Nel cuore di Viareggio si trova una piccola e graziosa piazza intitolata al poeta e scrittore inglese Percy Bysshe Shelley al centro della quale sorge, viso al mare e spalle a Villa Paolina, un bel monumento al celebre personaggio.
Se chiedete a un qualsiasi viareggino, vi dirà che si trova nell’esatto luogo in cui le spoglie dello sventurato naufrago furono trovate e poi cremate nel 1822.

In effetti l’effige sembra non lasciare dubbi:
MDCCCXCIV
A P. B. SHELLEY
CUOR DE’ CUORI
NEL MDCCCXXII
ANNEGATO IN QUESTO MARE
ARSO IN QUESTO LIDO
LUNGO IL QUALE
MEDITAVA AL PROMETEO LIBERATO
UNA PAGINA POSTREMA
IN CUI OGNI GENERAZIONE
AVREBBE SEGNATO
LA LOTTA LE LACRIME LA REDENZIONE
SUA.
Il fatto che oggi la piazza non si trovi sul mare non suscita stupore perché un ceppo sito a breve distanza in via Paolina e datato 6 agosto 1751 recita: “CENTO BRACCIA DAL MARE PLACIDO”.
Ma siamo davvero sicuri che quello sia il luogo esatto?
In realtà no, ma andiamo con ordine.
L’8 luglio 1822 Percy Bysshe Shelley, Edward E. Williams e il marinaio Charles Vivian furono colti da una tempesta nei pressi di Viareggio, mentre navigavano verso San Terenzo da Pisa. Dieci giorni dopo furono rinvenuti sulla costa i loro cadaveri, che vennero inumati sulla spiaggia.
Qualche giorno dopo, prima Williams e poi Shelley furono disseppelliti e cremati.
Edward Trelawny, biografo e avventuriero inglese e amico di Shelley, che assistette alle cremazioni, riferisce che la pira di Williams fu innalzata nei pressi del confine tra la Toscana e il Ducato di Lucca, a breve distanza da un piccolo forte militare pisano, ovvero il vecchio Forte di Migliarino, di cui sono visibili ancora oggi delle rovine, a circa un km dal mare.
Il confine corrispondeva al Fosso Bufalina, che divide Torre del Lago Puccini, oggi in provincia di Lucca, da Vecchiano, in provincia di Pisa.

Il punto si trovava a 22 miglia sia dal Golfo della Spezia che dal Golfo di Livorno, punto che corrisponderebbe più o meno all’attuale Spiaggia della Lecciona, circa 1 km a nord dalla foce del Fosso Bufalina.
Il giorno dopo fu esumato e cremato Shelley. Trelawny racconta: “scendemmo lungo il piccolo fiume vicino a Viareggio [probabilmente il canale Burlamacca], remammo lungo la spiaggia verso Massa”.
Il biografo Edward Dowden ci dice che tale luogo era “tre o quattro miglia più vicino al Golfo della Spezia”. Prendendo questa distanza dal luogo dove fu arso il corpo di Williams, ovvero la foce della Bufalina, si arriva nei pressi dell’attuale Piazza Mazzini.
Il governatore di Viareggio Fediani scrisse che il corpo di Shelley fu rinvenuto su una spiaggia vicino alla città, cosa confermata da una lettera della moglie del poeta a Mrs. Gisborne: “Ho visto il luogo dov’ egli ora giace, i tronchi di pino che indicano il posto in cui la sabbia lo ricuopre. Ma non lo bruceranno li; è troppo vicino a Viareggio.”
Questa indicazione è coerente con l’area di Piazza Mazzini che, all’epoca, era alla “periferia” settentrionale della città, come si può vedere da una mappa di poco più recente, edita nel 1848 da Giacometti Bernardo e reperibile negli archivi regionali.
Trelawny fa una descrizione del luogo, ritenuta più simbolica e fantasiosa che realistica. Tuttavia, leggendola, si possono trovare indizi compatibili con la Spiaggia di Ponente di Viareggio.
Riporta: “Il grandioso e solitario scenario che ne circondava […]. Il mare con le isole di Gorgona, Capraia ed Elba si stendeva dinanzi a noi; i vecchi torrini merlati si distendevano lungo la costa, e dietro ad essi le vette marmoree degli Appennini luccicanti al sole, con i loro pittoreschi profili, e nessun’ abitazione umana era in vista.”

A quei tempi la città era circondata da una staccionata in legno, chiamata “cinta doganale” e sulla spiaggia c’erano alte dune di sabbia. È ragionevole pensare che la vista della città fosse in parte limitata da questi due elementi.
Con “vecchi torrini merlati” potrebbe riferirsi al Fortino di Ponente, situato 4-5 km più a nord, o alla Torre Matilde, che all’epoca era sormontata da un orologio, probabilmente visibile oltre la cinta muraria. Anche il campanile della chiesa della Santissima Annunziata era merlato a quel tempo, così come il Palazzo Pacini, entrambi vicini alla spiaggia. Inoltre, trattandosi di ricordi, potrebbe essere confuso con il Fortino di Levante, che aveva visto da vicino se aveva navigato sul canale Burlamacca.
Gli “Appennini luccicanti al sole, con i loro pittoreschi profili”sarebbero le nostre Alpi Apuane, la cui visione è maestosa dalla spiaggia di Viareggio.
Infine, cita la vista di molte isole. Nelle giornate molto limpide è effettivamente possibile vedere la Gorgona e, più difficilmente, anche la Capraia. L’Elba è molto più improbabile, ma l’autore potrebbe averla confusa con la Corsica, dato che le montagne di Capo Corso sono visibili da Viareggio in alcune giornate.

Tuttavia, come già riportò Guido Biagi nel suo Gli ultimi giorni di P. B. Shelley, edito a Firenze nel 1892, all’epoca dei fatti “Il luogo dove fu sepolto e poi arso lo Shelley non è stato fin qui ben determinato.”
Nel 1890, cioè 68 anni dopo la cremazione, Biagi indagò di persona su questo.
Nel suo libro-relazione Biagi riporta che “del bruciamento dell’Inglese o degl’Inglesi, giacché dei due roghi [quello di Williams e quello di Shelley] la fantasia popolare ne aveva fatto un solo, c’era qualche confusa memoria. E taluno dei più saccenti [anziani viareggini], di quelli cui piace sfoggiare la scienza loro o sull’ uscio d’una farmacia o sulla rotonda dei bagni, diceva che il bruciamento era stato fatto oltre il canale di Burlamacca, cioè a levante, dove ora sorge il Balipedio della R. Marina.”
Lo stesso riporta Lorenzo Viani nel suo Il cipresso e la vite:
“I tre paranzellari che rinvennero il corpo di Shelley si chiamavano: «Papazzino», il «Generale», ed uno il Baudoni: soltanto l’ultimo si chiamava col suo vero cognome. «Papazzino» fu anche poeta improvvisatore dell’ottava rima. Quando dopo moltissimi anni, seppe che quell’Inglese affogato era un grande poeta si sentì come interessato a descriverne il rinvenimento con minuzia di particolari. – Viareggio allora era quattro case e dieci capanne: bastava fare un passo fuori di casa per intrufolarsi nel mare. Se uno del Messico, del Chilì, del Perù o dell’Uruguay fosse capitato a Viareggio in quei giorni, potevaaver l’illusione d’essere a casa sua. – Ma l’«Inglese» dove fu «straccato»? – nel gergo marinaresco la «straccatura» è il marame; ogni rifiuto che il mare getta sulla riva: forse l’opposto di attraccare? – Dunque dove fu straccato l’Inglese? – L’Inglese fu straccato proprio nel posto dove oggi c’è il monumento. Io, il «Generale», e il Baudoni ve lo abbiamo sotterrato, e poi dopo tanti giorni vennero da Pisa dei suoi amici, lo scavarono e lo bruciarono. Se il «Generale» e il Baudoni erano presenti alla narrazione di «Papazzino», assentivano con mugolazioni. Altri marinari davano un’altra versione sul rinvenimento della salma di Shelley. Alcuno asseriva che il cadavere fosse «straccato» a levante, proprio sul luogo ove oggi c’è il «Balipedio». Una cosa sola è certa: che le paranze che ricuperarono la goletta di Shelley erano di un certo Stefano di Antonio Baroni. Il più vecchio giornalista viareggino, Enrico Visco, carico oggi di anni e di acciacchi, ma vivissimo d’ingegno e lampeggiante di memoria, asserisce che il poeta fu arso a «levante» di Viareggio e propriamente dove è ubicato il «Cannone»; quelli che dicono diversamente errano da Shelley a Williams. Infatti quest’ultimo venne cremato con lo stesso rito, il 21 agosto 1822, dalla parte di ponente nei pressi delle «Due Fosse», località rammentata anche oggi con tal nome, e l’indomani 22 agosto di detto anno arse la pira del Poeta su la spiaggia d’oriente – in un punto assai deserto – con la sola assistenza delle autorità di quei tempi: i cannonieri, il capo Simoncini e il chirurgo Nicola Triglia. Questi particolari Enrico Visco dice di averli appresi da suo padre, Vincenzo, e ,da sua madre, Elisa, i quali li avrebbero appresi dalla bocca di G. D. Guerrazzi a Bastia in casa del loro avo Anton Giuseppe Visco.”
Tuttavia, la versione secondo la quale Shelley sarebbe stato cremato nella Spiaggia di Levante è presto smentita dai racconti dei testimoni oculari raccolti da Biagi.

Grazie all’aiuto del Capitano del Porto, Pietro Anselmi, riuscì a rintracciarne diversi.
Il primo ad essere interrogato fu Raffaele Simonetti fu Domenico, capitano marittimo nato il 3 ottobre 1817 a Viareggio. All’epoca dei fatti era un bambino, ma ricordava che “Una delle tre persone rigurgitate dal mare sulla spiaggia fu trovata nella località tra il Palazzo della Paolina (Piazza Paolina) e le Due fosse. Questo cadavere fu seppellito nello stesso luogo con calce viva e poi fu, dopo vari giorni, disseppellito e bruciato”.
Il secondo ad essere ascoltato fu Giacomo Bandoni, nato il 1º settembre 1812 a Viareggio, e figlio di Giovanni, che all’epoca dei fatti era allora prima guardia sanitaria.
Biagi di lui riporta che “il padre assistè al bruciamento; anzi egli gli portò il desinare sul posto. Sa indicare la località dove avvenne la cremazione, e sarebbe tra il Palazzo della Paolina e le Due fosse.”
Fu poi il turno di Simonetti Giovan Francesco, figlio di Giovan Domenico, nato a Viareggio il 13 novembre 1813. Lui “Conferma quanto sopra e concorda quanto al luogo dove successe il bruciamento. Chiestogli come fa ad asserire con gli altri testimoni che il fatto avvenne sulla spiaggia di ponente di Viareggio e come mai cotesta spiaggia si chiamasse come ora di ponente, assicura che per spiaggia di ponente si è sempre conosciuta quella della parte di sinistra di chi entri nel canale di Burlamacca, cioè quella verso la Spezia”.
Segui Petrucci Francesco di Cosimo, nato a Viareggio il 18 febbraio 1809 il quale “concorda quanto alla località”.
Venne poi convocato Antonio Canova del fu Giovanni, nato a Viareggio nel 1803 che “all’età di 19 anni era pescatore e faceva parte dell’equipaggio delle paranzelle del Baroni, comandate dal Giampieri, che rinvennero la goletta [di Shelley] nei paraggi di Viareggio”. Biagi ci dice che “benché non presente alla cremazione, sa che il cadavere fu bruciato presso alle Due fosse e si ricorda d’aver veduto il fumo da quella parte.” Tale testimonianza fu confermata anche dal fratello Raffaello.
Fu inoltre ascoltato Simonetti Carlo di Giovan Domenico, nato a Viareggio nel 1822 che non fu testimone degli eventi ma che “ricorda che fin da quando all’età di 4 anni cominciò ad andare in mare solevano i pescatori di quel tempo spergiurare, per esser creduti, con questa frase: «Vorrei esser bruciato come gl’ Ingresi alle du’ fosse.»”

Venne infine interrogata anche Maria Pietrini, moglie di Andrea Biagi, detto Giuraddua, e perciò chiamata Maria di Giuraddua, “che del fatto si ricordava benissimo” e che confermò la località indicata.
A seguito dell’indagine, con l’aiuto dei testimoni, Biagi riuscì ad identificare il luogo esatto: “Di fianco all’Ospizio Marino «Vittorio Emanuele» [oggi Palazzo delle Muse] è un vasto arenile chiuso dal lato di ponente dalla linea della Pineta. In cotesta piaggia, fra l’Ospizio e la Pineta a circa 250 metri dal mare, è il luogo in cui fu arso dal fuoco il poeta-filantropo”.
In conclusione, il luogo della cremazione del grande autore britannico non sarebbe Piazza Shelley, come vuole la tradizione, ma un’area nei pressi dell’attuale Piazza Mazzini, che un tempo era indicata come “Due fosse”, toponimo di cui oggi si è totalmente persa la memoria.
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