Tutti conoscono Giacomo Puccini ma non in maniera così dettagliata e inedita come racconta la nipote Alba, figlia di Ramelde, ovvero la sorella del Maestro.

La signora – secondo quanto riportato nella registrazione – parte dalla descrizione di Michele, il marito di Albina Magi. La cronaca di allora descrive il Puccini come un uomo povero, ma in realtà non lo era. “Aveva il suo stipendio, era organista in San Martino e compositore di musica sacra oltre a insegnare all’Istituto Pacini” spiega Alba nell’intervista.

La famiglia era numerosa e in ordine di nascita ricordiamo: Ottilia, Tomaide, Nitteti, Masrina, Temi, Iginia , Giacomo, Ramelde e Michele. Quest’ultimo nascerà tre mesi dopo la morte del padre. Tutti nomi strani, come si deduce. Il motivo va ricercato a Gello, un paesino poco distante da Celle dove si trovano i nomi inconsueti dei santi che saranno attribuiti ai figli di Albina e Michele. Iginia era una suora nel convento di Vicopelago e Giacomo la manteneva.

Uno dei primissimi ricordi dello zio risale ai momenti trascorsi al mare. Sulla spiaggia di Viareggio il musicista si divertiva con le nipoti. Nascondeva i soldi in una ciabatta e infine se li riprendeva. Pare non avesse mai un centesimo perché la moglie Elvira glieli prendeva tutti. Se fosse tirchio o no, non lo sa la nipote. L’unica certezza era il carattere triste e pessimista che si rispecchiava anche in quello della madre Ramelde.

Un aneddoto riporta che Giacomo componeva in camicia da notte durante un soggiorno a Pescia. Una sera calda e umida, si fece prendere dalla disperazione quando improvvisamente iniziò a piovere. Si denudò e si bagnò fino all’ultimo rischiando di ammalarsi.

Giacomo era pauroso – prosegue la nipote. E riporta l’episodio della Madonna. Il suo amico Carignani di Lucca gli aveva legato il quadro sul letto e dalla porta – tramite una corda faceva muovere la Madonna. Vedendosela cadere addosso si spaventò.

“Fammi dormire qui perché io lassù non ci vado più!” dichiarava alla sorella Ramelde. Tornava a Torre del Lago nel periodo della caccia e qui componeva. Mentre suonava faceva ascoltare la sua musica alle nipoti, al cacciatore e alla cuoca. Tutti seduti su una panca e il Maestro a chiedere se gradivano ciò che componeva. Le nipoti si divertivano a rispondere di no e lui si arrabbiava.
“Cretine, imbecilli, non capite nulla” e loro filavano a letto. La moglie Elvira suscitava antipatia e considerava solo i suoi figli. Nonostante ciò, appariva una donna sciocca, buona a niente, insensibile e insopportabile. Non andava mai a Celle e quando il Maestro componeva Elvira entrava e interrompendo diceva: ”Guarda il macellaio che carne che ci ha mandato!” E Giacomo: “Imbecille, cretina, ora mi hai tolto l’idea”.

Puccini conosceva benissimo il Gemignani, il primo marito di Elvira. I due scapparono e si recarono a Milano insieme a Fosca, la figlia dello speziale. Sono stati insieme diciotto anni e dopo la morte del Gemignani si sono sposati.

Doria Manfredi e il suicidio

Qui si apre un altro capitolo che vede protagonista la piccola Doria Manfredi di Torre del Lago. Alba Franceschini la conosceva bene tanto da descriverla sia fisicamente che caratterialmente. Ingenua, bruttina e con la gobba si mostrava dolce, buona e piena di premure. Tutte attenzioni che non trovavano nessun riscontro da parte della moglie. Gelosissima grida al paese intero: ”Doria è l’amante di mio marito”. All’epoca un gesto simile era uno scandalo. Di fatti la cameriera si reca in farmacia e con una scusa acquista delle pillole per talpe sostenendo che servivano al Maestro. Alle 05:00 di mattina Doria muore dopo aver ingerito dieci pasticche. Elvira va sotto processo e trascorre sei mesi in galera.

La malattia

“Sono torbo” dichiara Giacomo Puccini. E alla domanda se lo zio fumava tanto, la nipote risponde relativamente. Riporta poi un ricordo. Il musicista soggiorna in Germania con un amico di Massa Carrara. Mangia il pesce e gli va di traverso una lisca. Portato immediatamente in ospedale a Berlino, viene operato. Da allora la sua gola non è più limpida. Si parla di cancro ma in realtà si tratta di un ulcera. A Firenze lo visita il professor Toti. Che fosse malato lo scopre tre mesi prima dalla morte. Nel novembre del 1924 torna a Celle, guarda il paese e afferma: ”O Celle ti vedo per l’ultima volta”. Con queste dichiarazioni era consapevole del suo destino.

I ricordi di Celle

Per raggiungere il paese occorreva la mulattiera. Giacomo era molto attaccato a Celle ma non frequentava il luogo a causa della salita. Un giorno il colonnello Battisti, uno natio della zona, gli porta un cavallo da Firenze per arrivare nella casa dei genitori.

Morte di Ramelde

Muore nel 1912 e Giacomo pianse molto. Successivamente scrisse delle lettere alla nipote Alba e dalla scrittura emerge solo disperazione. In seguito alla scomparsa della sorella di affeziona alle nipoti, al marito di Ramelde e alle altre sorelle.

Vita lucchese

A 18 anni va via sia da Lucca che da Celle e qui di sappiamo poco.

L’insuccesso della Butterfly

Alba Franceschini assiste alla prima alla Scala. Il silenzio e la freddezza accolsero l’opera. E Giacomo come reagì? Con totale indifferenza come se tutto ciò fosse successo a qualcun altro. Uscì dal teatro dopo aver ritirato l’opera per 20.000 lire. La sera Illica , Giacosa e Ricordi cenavano in casa sua mentre Alba e Ramelde alloggiavano in piazza della Scala. La nipote ricorda ancora quella cena fatta di polli acquistati in rosticceria. A fine serata Puccini scoppia in lacrime. Si sentono singhiozzi e pianti disperati. Ramelde e Alba rimangono con lui fino a tarda notte. Il giorno seguente gli strilloni annunciano il fiasco della Butterfly. Non vendevano giornali ma cartolina con la protagonista che si butta dalla scala.

Ringrazio Brunello Costa, appassionato d’opera e di teatro che mi ha fornito il materiale.

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