Mio nonno, Marino Levantini, fu uno dei tanti viareggini internati in un campo di lavoro nazista. Quando fu catturato, nel 1943, era ancora troppo giovane per il fronte, ma abbastanza grande da essere imbarcato su una nave mercantile. A infatti era assai comune che ragazzi e addirittura bambini delle classi popolari lavorassero, e lui non fece eccezione, avendo ogni possibile impiego fin dall’età di otto anni. Fu internato prima a Strasshof e poi a Sankt Valentin, uno dei campi satelliti di Mauthausen, dove i prigionieri erano costretti a lavorare nell’acciaieria Steyr Daimler-Puch AG, che produceva componenti per carri armati. Tuttavia, venivano a volte “prestati” come braccianti agricoli ai contadini della zona e, in queste occasioni, avevano la possibilità di nutrirsi meglio. Nell’acciaieria, infatti, il rancio era così scarso che i prigionieri mangiavano i polloni delle erbe che crescevano del campo. 

Il campo di lavoro di Strasshof

La nave sulla quale era imbarcato al momento della sua cattura era il motoveliero Vega di proprietà della Società proprietaria C.I.O.M. (Compagnia Italiana Oriente Mediterraneo) di Atene, gestito dall’Adriatica fin dal 26 novembre 1942 e adibita ai collegamenti con le isole greche. 

Il comandante era il Cap. Costante Sponza e l’equipaggio era composto da dieci persone. Nel diario di bordo si legge: “Partimmo da Pireo il 21 agosto 1943, con un carico di 400 tonnellate di colofonia e acquaragia, destinate a Venezia, caricate 280 in stiva e 120 sopra coperta. Il 22 agosto, dopo una breve sosta a Patrasso, si fece rotta su Prevesa dove per ordine della R. Capitaneria di Porto imbarcammo due passeggeri civili che dovevano rimpatriare. Poiché si trattava di personale marittimo ci si accordò che il passaggio sarebbe stato gratuito a patto che a bordo lavorassero. Prima della partenza versai tutta la valuta greca all’agenzia, ovvero 307.520 dracme. Il 24 agosto si salpò da Prevesa, diretti a Corfù dove si giunse il giorno 25. Poiché l’equipaggio scarseggiava di marinai, in quel porto provvidi a promuovere il giovanotto Levantini Marino e a regolarizzare il 2° motorista Arkytis ed il marinaio Condoyanni, ambedue greci. Questi ultimi furono saldati di tutte le competenze, per iniziare a percepire la paga contrattuale italiana. Da Corfù si partì la sera del 27 per ancorare nella rada di Valona il giorno successivo. Presso l’agenzia di quel porto prelevai 2.000 lek, per poter far fronte alle spese di cambusa. Da Valona partimmo la mattina del 3 settembre diretti a Durazzo, dove si ormeggiò la sera stessa. L’indomani mattina dovetti informare le Autorità che i due passeggeri, imbarcati a Prevesa avevano abbandonato la nave. Il giorno 4 si coprì il tratto Durazzo, Antivari e li rimanemmo in sosta per altri 4 giorni. Il giorno 8 partimmo per pernottare a Ragusa Vecchia e l’indomani giungemmo a Gravosa, dove presso l’agenzia prelevai 4.052 Kune. La sera del 10, dopo un continuo susseguirsi di ordini e contrordini, ricevemmo istruzioni dal Comando Marina di proseguire per Curzola. L’indomani mentre si stava manovrando per l’uscita dalle ostruzioni del porto, il Comando d’Armata italiano ci intimò di ritornare all’ormeggio appena lasciato e di non muoverci fino a nuovo ordine. Nel pomeriggio del giorno 11 settembre, le truppe tedesche occuparono l’entrata del porto ed il 12 mattina, un gruppo di soldati tedeschi ci ordinò di lasciare la nave, senza nemmeno il tempo di prendere i nostri effetti personali. Fummo portati in una costruzione all’interno del porto assieme a soldati italiani disarmati, ma poco dopo fummo rilasciati. Nel frattempo la nave era stata visitata da civili jugoslavi che avevano avuto modo di far proprio, quanto a bordo avevamo lasciato. La sera del 22 arrivò a bordo un Ufficiale croato, accompagnato da due ufficiali tedeschi con l’ordine di consegnare la nave, obbiettai che non era possibile, considerato che non sapevo a chi avrei dovuto consegnarla. I tre si allontanarono momentaneamente per ritornare quasi subito con il comandante “croato” del piroscafo italiano Sangigi, al quale fui costretto a consegnare la nave senza alcuna ricevuta. La sera stessa venni tradotto, assieme all’equipaggio, al locale campo di concentramento ed assieme ad altri equipaggi di altre navi italiane bloccate in porto. Fui informato che la Vega era stata armata con equipaggio croato che aveva provveduto allo sbarco del carico. Il giorno 11 ottobre 1943, scortati da soldati tedeschi fummo avviati a Strasshof, via Zenice. Da lì fummo inoltrati S. Valentin (vicino a Linz), dove rimanemmo fino al 23 novembre, svolgendo lavori di manovalanza. Dopo di che fummo rimpatriati ad eccezione del personale di origine greca e del motorista Zonno. Preciso di aver raggiunto Venezia il 28 novembre 1943.” 

Il motoveliero Vega fu successivamente bombardato ed affondato nel canale di Curzola il 26 luglio 1944. Mio nonno riuscì a tornare vivo in Italia dopo 22 mesi di prigionia. Gli americani infatti liberarono i prigionieri e li trasferirono nel campo di smistamento “Norimberga”. Da qui fu rimpatriato: il 2 giugno 1945 lo scaricarono dal camion a Pisa e di là tornò a Viareggio a piedi. Quando fu catturato era un giovane dall’imponente struttura fisica, al suo ritorno invece pesava 40 kg e aveva perso tutti i capelli, aveva 21 anni. 

Fu relativamente fortunato perché molti furono quelli che non tornarono più. In quegli anni rovinosi tra il 1943 e il 1945, un milione di italiani furono internati nei campi di lavoro tedeschi. 

Una parte di essi transitò da Viareggio via treno, in carri bestiame. Qui si inserisce la storia eroica e poco nota di Spagnolo Spagnoli, che gestiva il ristorante della stazione ferroviaria della nostra città e che un bel giorno decise che non poteva più rimanere a guardare. 

Primo piano di Spagnolo Spagnoli

Alcune volte i nazisti fermavano il treno lui capì che in quelle occasioni avrebbe potuto salvare qualcuno. Lo stratagemma che inventò era tanto semplice quanto pericoloso: mentre un suo collaboratore distraeva i tedeschi, lui faceva scendere i prigionieri e li travestiva da camerieri del ristorante, riuscendo così a farli fuggire attraverso il suo locale. Si stima che furono almeno 25 o 30 le persone salvate in questo modo, ma lui, molto religioso e socio della locale Misericordia, non se ne vantò mai. 

Il celebre pittore viareggino Giorgio Michetti fu testimone oculare di questi fatti: “Mi disse: ‘Quando il treno è fermo, facciamo scendere qualcuno in fretta e gli mettiamo la cassetta delle bibite addosso, dandogli anche la divisa e il berrettino’”. È grazie a lui se questa storia, a distanza di tanti anni, è diventata di dominio pubblico. 

Locandina del film “L’eroe silenzioso”

Nel 2019 è stato realizzato il docufilm L’eroe silenzioso, di Massimiliano Montefameglio, prodotto da Rossocarminio con la partecipazione della Regione Toscana, che racconta questa incredibile vicenda. 

Interessante notare che da Viareggio passò anche l’eroe Géza Kertész, allenatore ungherese della squadra cittadina nel 1928-29 che, rientrato nella sua Budapest, si dedicò a salvare gli ebrei perseguitati insieme al suo vecchio compagno di squadra István Tóth. Cosa questa che costò loro la vita il 6 febbraio 1945, solo pochi giorni prima che la capitale magiara fosse liberata. 

La stazione ferroviaria di Viareggio

Credo che sarebbe opportuno realizzare nell’ormai multietnica piazza Dante, davanti alla stazione ferroviaria, un memoriale per Spagnolo Spagnoli e per i tanti viareggini che, come mi nonno Marino, sacrificarono la gioventù e spesso la vita nei folli campi nazisti. È importante mantenere vivo il ricordo di quella sofferenza perché non si ripeta più, e degli atti eroici di quegli anni, perché non ce ne sia più bisogno. 

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Gabriele Levantini nasce a Viareggio il 10 aprile 1985. Chimico per lavoro e scrittore per passione, dal 2017 gestisce il sito Il Giardino Sulla Spiaggia. Seguimi sul mio blog: https://ilgiardinosullaspiaggia.com/

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2 Comments

  1. idamo

    Povera gente vittima della crudeltà di due sanguinari dittatori, ancora oggi alcuni rimpiangono questi vili assassini.

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