Gino Custer De Nobili

Lo scrittore lucchese Mansueto Lombardi-Lotti, riferendosi a Gino Custer De Nobili, ha scritto: “Lucca ha avuto il suo poeta vernacolo, e poeta degno”. La produzione letteraria alla quale Gino Custer De Nobili (1881-1969) si è dedicato maggiormente per tutta la vita, infatti, è stata proprio la poesia in vernacolo lucchese.

Sono passati 50 anni dalla scomparsa di questo lucchese verace, innamorato della sua piccola patria, benché la ricerca di una vita più agiata lo portò ad abitare lontano da essa, in quel di Milano.

Le sue poesie, oltre ad avere il pregio di riportarci tutte le sfumature, le espressioni, i vocaboli ed i modi di dire della parlata di Lucca e dei suoi dintorni, sono un vero e proprio affresco della realtà lucchese del suo tempo: la vita quotidiana e le differenze tra la nobiltà mercantile e la borghesia da una parte, e la vita di stenti dei contadini dall’altra; la diffidenza, la segretezza e la gelosia della propria intimità caratterizzante il ceto medio cittadino; gli ‘isciapiti’, così bonariamente chiamati dalle persone serie i giovani damerini di allora, a cui corrispondevano le ‘sciacquine’, le ragazze vanesie e petulanti della borghesia cittadina; gli usi, i costumi, le tradizioni, le leggende (come il Linchetto oppure la pietra del diavolo di Palazzo Bernardini), i personaggi e la storia (come per esempio Francesco Burlamacchi, Castruccio Castracani, Ilaria del Carretto, Matteo Civitali, le battaglie con Pisa…). Lucca tutta è presente nelle poesie del Custer: Lucca fòra (fuori) o la cosiddetta piana delle Sei miglia al di là dell’arborato cerchio, e Lucca drento (dentro le mura). In effetti, benché pubblicate in più edizioni per poi essere riunite in una sola, il Custer ha sostanzialmente scritto due raccolte di poesie: “Le poesie di Geppe”, con il linguaggio vivace, tipico della campagna e delle colline intorno a Lucca, e “Lucca mia bella”, nella parlata di Lucca “drento”.

La prima poesia di quest’ultima raccolta, che dà il nome alla raccolta stessa, testimonia chiaramente un sentimento così comune presso tutti coloro che hanno vissuto a Lucca, quell’inevitabile attaccamento affettuoso che si genera in colui che penetra l’essenza di questa piccola grande città toscana:

Lucca mia bella

Quand’è un po’ che son qui, Lucchina mia,
chiuso fra le tu’ strade e ‘ ttu’ chiassetti,
Fossi, Via Buia, Chiasso Bariletti,
Fillungo, Canto d’Arco, Beccheria,

mi viene una tal voglia d’andar via,
di ‘un istar più fra questi muri stretti,
e di cercar trambusto, svaghi, affetti
in qualche pòsto grande purchessia…

Ma quando son lontano… che tristezza,
e come sogno pieno di smanina
di ritornare nella tu’ dolcezza!

E a riveder la Tore del Guinigi
e le Mura! Che gioia! Sei piccina,
sì, ma allòra mi sembri una Parigi!

La lingua utilizzata dal Custer riflette appieno il linguaggio di tutti i giorni di una città (e della sua campagna), che sin dall’alto Medioevo si è sempre sentita eletta agli occhi del Divino, in quanto custode del Volto Santo, effige lignea del Cristo cui è legata una sacra leggenda; una parlata contraddistinta da quel particolare “garbo” ed eleganza per cui Lucca è sempre stata conosciuta ma che, al tempo stesso, riflette l’ingenuità, la grossolanità e persino la scurrilità del suo popolo. È così che, tanto per fare un esempio, nella poesia “Potessi” (da “Le poesie di Geppe”) si passa dalla delicata liricità romantica dei primi versi:

Mi potessi scambia’ in d’un ber massetto
di fiordallovi e di margaritine,
ti vorébbi avvissi’ (=vorrei avvizzire) in sur vago petto
tutte le sere e tutte le mattine

per poi terminare invece con immagini di tutt’altro tipo:

mi basterébbe anch’esse, per un giorno,
una pucia, un caàccioro (=caccola), un pidocchio…,
quarcosa, insomma, che ti stae dintorno!

In ciò però consiste la realtà e Gino Custer De Nobili ci presenta un vero e proprio quadro vivo del suo tempo e della sua città natale, toccando a volte una comicità ed una spontaneità davvero coinvolgenti, come nella descrizione di “Frufrùe Donna Mastio” (da “Le poesie di Geppe”):

Ah, mïava (=bisognava) vedella, tutta ‘ntrugliori,
calìggine (=fuliggine), zenòbbita (=sinopia, una terra rossa) e farina,
con quelli stincarelli a canapùgliori (=steli della canapa spogliati della tiglia)
fasciati strinti in d’una sottanina
color mela ‘otogne
a usansa della moda,
che ’u’ rivava a coprinni (= non arrivava a coprirle) le vergogne!
[…]
Se ne veniva tutta in quattrauìndici (in quinci e quindi, di qua e di là)
Giù giùe per ir Frillungo, cor su’ fungio (=fungo, in questo caso l’ombrello)
da sole sotto ‘r braccio, dimenandosi,
sgrollandosi (=scuotendosi), svitiandosi,
come chi ci ha la stiena (= schiena) che ni rode
o che camina sopra l’ova sode;
e a unni (=ogni) tre o quattro passi si vortava
per vede’ se quarcuno la guardava. […]

Con questi pochi versi ho voluto dare un’idea di quello che è la variegata ricchezza della poesia di Gino Custer De nobili. Il mio invito, ovviamente, è quello di approfondire la conoscenza di questo poeta e delle sue opere che colgono così bene il carattere di Lucca in tutti i suoi aspetti. Vediamo intanto di conoscere meglio la sua storia.

Biografia

Gino Custer De Nobili nacque il 22 febbraio 1881 al civico 147 in via Santissima Annunziata (dove ora sorge il Centro Commerciale Carrefour) da Lorenzo Custer e Carlotta De Nobili, una donna di ascendenza aristocratica. La morte prematura del marito costrinse sua madre a numerosi sacrifici per poter provvedere ai sei figli: Gino era l’ultimo di cinque maschi ed una femmina. Proprio per questo la famiglia si trasferì in campagna, a Nozzano, a sei chilometri dalla città.

Sin da piccolo Gino dimostrò di avere talento a livello musicale e così fu iscritto all’Istituto Musicale cittadino, allora intitolato a Giovanni Pacini, oggigiorno a Luigi Boccherini. Qui si diplomò in pianoforte avendo come maestri, fra gli altri, Carlo Angeloni e Fortunato Magi, entrambi insegnanti anche di Alfredo Catalani e Giacomo Puccini. In quegli anni fu anche corista nella Cattedrale ed in altre chiese.

Cominciò a frequentare il caffè-drogheria Caselli (che in seguito diventerà l’Antico Caffè di Simo) in via Fillungo, ritrovo sin dagli anni del Risorgimento di artisti, scrittori e uomini politici, incontrandovi il poeta Giovanni Pascoli, gli stessi Catalani e Puccini ed altri musicisti quali Gaetano Luporini e Gustavo Giovannetti, nonché artisti quali il pittore Lorenzo Viani e Libero Andreotti che diverrà un celebre scultore a livello internazionale. È proprio in questo locale che Il Custer fece conoscere le sue poesie in vernacolo, scritte sin da quando era ragazzo. Ricevendo consensi dai frequentatori del caffè e grazie agli incoraggiamenti dello stesso Pascoli, cominciò quindi a pubblicare i suoi componimenti, dapprima su “La Sementa”, giornale dei socialisti lucchesi, per poi dare alle stampe una prima raccolta nel 1906, col titolo “Tra ‘na fetta e l’artra o Le poesie di Geppe”.

Si sposò con la cugina Lela (o anche Lera) e nel 1911, seguendo l’esempio di alcuni suoi parenti, emigrò, scegliendo però di rimanere in Italia, a Milano. Qui, grazie all’aiuto di Puccini, sollecitato dall’amico Alfredo Caselli (proprietario dell’omonimo caffè, mecenate e amante delle arti), riuscì ad entrare nell’ambiente teatrale. Inizialmente impartì lezioni private di musica e canto, poi negli anni della prima guerra mondiale divenne direttore del “Giornale del contadino”, edito dal “Corriere della Sera”. Successivamente, curò la sezione letteraria della rivista “L’Energia elettrica” della Società Edison, incarico che mantenne fino alla sua vecchiaia. Con le affettuose raccomandazioni di Giacomo Puccini a noti capocomici, riuscì ad affidare un primo lavoro teatrale, un “giallo comico”, “American”, ad Alfredo Sainati, che doveva rappresentarlo a Torino. Ciò però non avvenne perché questi aveva apportato una modifica e il Custer, avendo un carattere piuttosto difficile, lo ritirò. Il Sainati rappresentò comunque un secondo dramma di Gino, “Frine e Lulù”, pur avendoci apportato dei cambiamenti. Il Custer scrisse inoltre il libretto per “Petronio”, opera lirica ideata e musicata dal compagno d’infanzia e di studi Gustavo Giovannetti, rappresentata con successo al Teatro Costanzi di Roma e successivamente al Giglio di Lucca.

A parte qualche breve composizione musicale, come quella sul testo de” La tessitrice” del Pascoli e due produzioni drammatiche in un atto, “Antonia” e “L’affossatore del Far West”, come già detto, Gino Custer De Nobili si dedicò soprattutto alla poesia in vernacolo. Nel 1928 pubblicò una seconda edizione delle sue poesie, aumentata di ben 137 poemi, lodata da Lorenzo Viani, a cui seguì subito dopo una terza edizione.

Nel 1933 pubblicò l’altra raccolta, “Lucca mia bella”, che nel 1952 verrà unita alla quarta edizione de “Le poesie di Geppe”; ci sarà anche una quinta edizione, di poco diversa e poi una sesta, nel 1975, postuma, che invece ripropone solo “Le poesie di Geppe” della quinta edizione.

Gino Custer De Nobili morì il 29 aprile 1969 a Milano e fu sepolto, secondo la sua volontà, a Lucca, nel cimitero della città, dove oggi è ricordato anche nel Famedio (o Medagliere), una parete dedicata agli illustri lucchesi con un monumento dell’artista Giannetto Salotti:

Gino Custer De Nobili, medaglione

NdR Un sentito ringraziamento a Elio Antichi e a sua moglie Claudia del Gruppo Vocale “Il Baluardo” per la disponibilità nel condividere le loro conoscenze e tutto il materiale in loro possesso e per la passione con la quale tengono viva la memoria di Gino e delle sue poesie, anche attraverso la riproposizione dello spettacolo teatrale “Omaggio a Geppe”, ideato nel 1989 per i 20 anni dalla sua scomparsa da un altro grande cultore del vernacolo lucchese: Cesare Viviani.

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Claudia Cristofori

Claudia Cristofori

Sono Claudia, guida e accompagnatrice turistica in italiano, francese e inglese. Nata da mamma francese con origini greche e padre emiliano, conosciutisi a Londra, mi sono sempre sentita cittadina del mondo.
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