Il festival perduto: quando Sanremo era Viareggio

Via Marco Polo è lucida di pioggia. Le foglie gialle e marroni le fanno da ombretto, dandole un tocco di nostalgico pastello, ora che il suo verde sorriso è sfumato.

I turisti se ne sono andati, Viareggio si toglie finalmente la maschera. Non più red carpet per donne fatali. Niente file, menù turistici, parcheggi congestionati. Niente più massa di gente distratta che entra, consuma distrattamente e riprende la sua strada. Niente bagnini a costringere la spiaggia in un deserto piatto senza dune e senza vita, a chiudere il mare nell’ora più bella: quella del tramonto.

Finalmente la mia Viareggio torna sé stessa, una ragazza spettinata di provincia. Vestita male, dai modi rudi della gente di mare. Di una bellezza selvaggia e naturale.

Passo davanti alla Capannina del Marco Polo, da non confondere con quella assai più vip di Forte dei Marmi. Prima pullulava di vita, ora sembra un edificio abbandonato sul limitare della pineta.

Adesso, chiusa nella penombra autunnale, non si direbbe mai, ma da questa discoteca è passata la storia di intere generazioni di viareggini, e della stessa città.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, questo edificio fu utilizzato come dormitorio per i soldati americani della 92° Divisione Buffalo, e subito dopo gli orrori della guerra si decise invece di trasformarlo in un luogo di spensieratezza.

Divenne un locale di intrattenimento, gestito da Sergio Bernardini.

Foto d’epoca della Capannina del Marco Polo

Erano anni durissimi, ma al tempo stesso pervasi da una grande voglia di ricominciare.

Nell’estate del 1947 il giornalista Aldo Valleroni ebbe l’idea di un festival della canzone che potesse allietare la stagione balneare. Dall’idea passò rapidamente ai fatti, redigendo il bando e prendendo contatto con le case discografiche. Il primo cantante a proporsi fu Tino Vailati. Il presidente del Comitato Festeggiamenti del Carnevale, Alberto Sargentini ne fu entusiasta e se ne fece promotore, ma per organizzare il tutto servivano soldi, che allora scarseggiavano per tutti. L’Azienda autonoma di soggiorno della Versilia, l’unico ente che avrebbe potuto mettere il capitale per un’iniziativa simile, non si dimostrò interessata. Si tenne quindi solo un evento d’intrattenimento, in versione ridotta, al Kursal Garden.

L’anno seguente, fu Sergio Bernardini insieme a Ruggero Righini, Silvio Da Rovere, Giancarlo Fusco e lo stesso Valleroni a pagare le spese della prima edizione del Festival della Canzone Italiana di Viareggio, grazie anche a Sargentini che stanziò dei soldi destinati al carnevale. Fu per merito dell’editore musicale De Rovere, che venne coinvolto nell’organizzazione il professor Aldo Angelici, presidente di Radio Firenze, l’allora sede locale della RAI e se arrivò perfino l’orchestra della radio nazionale. Il direttore fu Francesco Ferrari che assicurò la presenza anche di Brenda Gioi, Narciso Parigi, Silvano Lalli e Silvio Gigli.

Fu un grandissimo successo, tanto che il parroco (all’epoca la zona era sotto la parrocchia di San Paolino, retta da Mons. Mauro Rocchiccioli) dovette prestare le sedie alla Capannina in quanto quelle a disposizione furono sufficienti per tutto il pubblico.

Il ripetitore di Radio Firenze

Alla finale, coperta da diretta radiofonica con Amerigo Lopez come cronista, nonostante problemi tecnici dovuti a sbalzi di corrente, risolti poi grazie a degli accumulatori messi a disposizione dai militari americani di Camp Derby, che Bernardini conosceva bene a seguito del suo passato militare, e con i quali trattò il Comitato Carnevale. Alla finale parteciparono dieci canzoni e il 25 agosto 1948 Pino Moschini fu proclamato vincitore con la sua “Serenata al primo amore”. Tra i partecipanti ci fu un giovanissimo Piero Angela, che in quegli anni si esibiva come batterista in un complesso.

Anche nel 1949 non ci furono contributi da parte dell’ente turistico e Bernardini dovette coprire le spese. Le canzoni furono più numerose e la qualità più elevata. Vinse Narciso Parigi con “Il topo di campagna”, scritto da Aldo Valleroni, musica di Francesco Ferrari e Quartetto Stars, produttore Cetra.

Narciso Parigi

Nonostante l’innegabile successo, nel 1950 le risposte di contributi continuarono ad essere negative e il festival fu sospeso per ragioni economiche. Tristemente famose le parole del marchese Bottini, direttore dell’Azienda autonoma, che preferì invece sovvenzionare una mostra canina “Chi sono questi pazzi che cantano? Non bastano le canzoni del Carnevale? Sargentini pensi ai corsi di Carnevale”.

Pier Busseti, gestore del casinò di Sanremo in vacanza a Viareggio, non si lasciò sfuggire l’occasione e propose di trasferire il festival nella città ligure. Il resto è storia nota.

Così Viareggio perse l’occasione, e con essa i soldi e la fama derivanti da un evento che è ormai parte integrante della cultura popolare nazionale.

Negli anni seguenti Valleroni provò a creare un festival musicale legato al carnevale: il Burlamacco d’Oro, al quale parteciparono anche nomi del calibro di Adriano Celentano. Dopo alcuni anni, però divenne la Gondola d’Oro di Venezia.

La storia viareggina annovera un gran numero di sprechi e occasioni mancate: il Festival dell’Umorismo ceduto a Bordighera, Europa Cinema a Lucca, e altri ancora, ma il caso del Festival della Canzone Italiana è certamente il più clamoroso.

Forse però è parte della nostra stessa natura, effimera e caduca come una stagione estiva. Una festa chiassosa che finisce in fretta, per poi lasciare il posto alla quiete e al silenzio delle pinete e delle Apuane che si affacciano sul mare scuro e sulla sabbia chiara.

Il primo Festival di Sanremo
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Gabriele Levantini nasce a Viareggio il 10 aprile 1985. Chimico per lavoro e scrittore per passione, dal 2017 gestisce il sito Il Giardino Sulla Spiaggia. Seguimi sul mio blog: https://ilgiardinosullaspiaggia.com/

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